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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 16 febbraio 1962

Assise

Quante volte ci è accaduto di leggere, in questi ultimi anni, l'assise democristiana, la massima assise, la fase preparatoria dell'assise ecumenica, e simili espressioni? In confronto, l'uso corretto ma un po' antiquato (la placida assisa di Palazzo Vecchio, scriveva qualche mese fa il Corriere) è, bisogna confessarlo, in regresso.

Vediamo un po' come stanno le cose (o come stavano fino a qualche anno fa). Anzitutto, l'assisa e le assise, benché abbiano la medesima origine e siano rispettivamente il singolare e il plurale, sono ormai due vocaboli sentiti come diversi: il primo è sinonimo un po' arcaico e un po' affettato di «uniforme, divisa», e si adopera quasi solo al singolare, l'altro si usa esclusivamente al plurale, principalmente nel significato di «sedute una corte penale».

Appunto questa condizione un po' irregolare, di parola che in un dato significato si può adoperare solo al plurale, fa nascere tra le persone meno colte il desiderio di porre rimedio all'anomalia, riducendo con un'energica ellissi la Corte d'assise a un singolare l'assise (o ridicolamente trasformando assise in assisi: già il Panzini, nell'edizione 1931 del Dizionario moderno, giustamente protestava: «Ma che c'entra la patria di S. Francesco?»).

Perché la parola si usava in questo senso al plurale? Nell'età feudale le assise erano semplicemente le «sedute» di qualunque specie di assemblea: ed è chiara l'origine, dal participio passato del verbo assidersi (assiso = seduto; assise = sedute). Poi l'usanza si andò perdendo, e assise sopravvisse soltanto come termine storico per indicare determinate raccolte di leggi approvate da un'assemblea, oppure raccolte di consuetudini giuridiche (le Assise di Gerusalemme, le Assise di Cipro).

Solo in Inghilterra il giudizio di assise persistette attraverso i secoli, trasformandosi in giudizio criminale in cui alcuni giurati si pronunziavano su questioni di fatto; e dall'Inghilterra l'uso e la parola ripassarono sul continente: in Francia durante la Rivoluzione, in Italia con il regime napoleonico. Fin che la parola ha mantenuto il suo significato giuridico preciso, affidato a una tradizione salda e formalistica, il pericolo d'alterazione è stato minimo. Ma quando se ne è fatto un sinonimo retorico di «adunanza» (adunanze politiche come le assise del partito al tempo del fascismo, o parapolitiche come le assise della gioventù, o congressi scientifici), la tendenza ad alterare la parola è divenuta fortissima.

Temo molto che le insistenze per ripristinare l'uso legittimo di assisa al singolare non arrivino a imporsi; ma almeno si consideri la parola assise come esclusivamente plurale (le assise) e si dica le assise democristiane, le assise ecumeniche, e simili.

Fusione

I rapporti fra la lingua quotidiana e i linguaggi tecnici sono talvolta assai delicati. Quando i termini tecnici sono vistosamente tali, i pericoli sono meno gravi: un termine giuridico come usucapione o uno anatomico come trigèmino o si capisce o non si capisce; il peggio che possa capitare è che qualche termine sia storpiato nell'uso plebeo o contadinesco (come quando il matrimonio clandestino è diventato il matrimonio del gran destino...).

Ma inconvenienti più gravi spesso nascono quando si tratta di parole del linguaggio usuale, adibite come precisi termini tecnici nell'uno o nell'altro campo delle scienze e delle tecniche. I giuristi fremono quando sentono che i profani confondono la proprietà col possesso, che essi invece accuratamente distinguono; e così via.

Citiamo un altro esempio, su cui i tecnici della fonderia hanno recentemente discusso (e di queste discussioni ha voluto gentilmente informarmi il collega Hugony). Si trattava di precisare il significato dei verbi fondere e colare per ovviare alle frequenti confusioni fatte dai profani. Mentre fondere un metallo vuol dire semplicemente portarlo allo stato liquido per mezzo del calore, colarlo significa versarlo in una forma: si può insomma benissimo fondere un metallo senza colarlo. E l'esser fusibile è una qualità diversa da quella di esser colabile. Un oggetto colato in una forma si deve poi chiamare getto e non fusione (anche se getto in questi ultimi anni abbia preso, ricalcando l'inglese jet, un altro, diversissimo significato).

Se una volta o l'altra un linguista si assumerà il compito di scrivere un nuovo Dizionario dei sinonimi (dopo il Tommaseo nessuno ha più avuto il coraggio di farlo) dovrà anche tener conto di distinzioni come queste.

Snobbare

I pochi vocabolari che registrano questo verbo del linguaggio mondano, che significa «considerare con sussiego, con freddezza, guardar dall'alto in basso» e simili, mostrano più o meno esplicitamente di considerarlo come affine alle voci snob e snobismo: anglicismi che, com'è noto, risalgono al libro di Thackeray, The book of snobs (1848). Già passando sul continente la parola snob ha, come succede, cambiato un po' di significato: in inglese si tratta di plebei che ammirano supinamente ciò che è aristocratico, in Italia piuttosto di chi posa ad aristocratico, essendo tale oppur no.

Snobbare è tutt'altra cosa, sia per il significato, in quanto si tratta non di un atteggiamento psicologico generico, ma di atti precisi, sia per la fonetica che, con la doppia b, mostra che la parola, qualunque essa sia, ha seguito una strada diversa da snobismo. E infatti l'ètimo è un altro: è il verbo inglese to snub, che non ha alcun rapporto con snob, e che vuol dire appunto «ricevere, trattare qualcuno in modo da mortificarlo».

Bruno Migliorini


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