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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 09 giugno 1961

SS.

Non intendo parlare delle famigerate milizie hitleriane (che è meglio scrivere S.S., come abbreviazione del termine composto tedesco Schutz-Staffel «scaglione di sicurezza», femminile collettivo, applicato poi in Italia anche a individui singoli), dell’abbreviatura nautica inglese (che è meglio scrivere S/S) per steam ship «nave a vapore».

Vorrei invece richiamare la attenzione su due diversi valori che nelle sigle italiane la doppia consonante può avere e che è bene non confondere: quello di superlativo e quello di plurale. Se scriviamo la SS. Annunziata, leggiamo la Santissima Annunziata, se scriviamo i SS. Padri, i SS. Maurizio e Lazzaro, dobbiamo leggere i Santi ecc. Al Leopardi capitò che un suo corrispondesse fraintendesse SS. Padri e leggesse 55 Padri; ora c’è qualcuno che dice o che scrive i Santissimi Maurizio e Lazzaro, e, com’è ovvio, sbaglia anche lui, dal punto di vista grammaticale non meno che da quello teologico.

Silo

Un lettore, vedendo non di rado adoperata la forma silos anche al singolare, mi domanda se sia accettabile.

I romani avevano una parola di origine greca, sirus, che è sopravvissuta soltanto in spagna, sotto la forma silo, al plurale silos. E questo silos è giunto in Italia, anzitutto nei maggiori porti, applicato a serie di grandi costruzioni cilindriche che legittimamente portavano il nome al plurale.

Ossia, legittimamente fino a un certo punto, perché se si accettava il caratteristico vocabolo spagnolo, non c’era nessuna ragione di accettare anche il modo di formazione del plurale. Per i francesi nulla di male, perché il singolare silo farebbe anche in francese silos; ma per noi un singolare silo avrebbe dovuto, anzi diciamo pure «deve» fare al plurale sili.

Il non aver applicato sùbito questa regola ha portato a un altro inconveniente: che quelli i quali ignoravano la provenienza della parola hanno preso silos per singolare, cioè hanno detto e scritto un silos.

È lo stesso sbaglio di quelli che leggendo nelle quotazioni di borsa pesetas al plurale, parlano poi abusivamente di una pesetas. C’è anche un’altra parola in cui si fa spesso identico errore, merinos, che è pure un plurale spagnolo: ma in questo caso la colpa è per metà dei francesi, che adoperano anch’essi, fin da quando hanno importato nel 700 quei montoni di razza pregiata, merinos anche la singolare.

In conclusione, consiglierei senz’altro di adoperare silo al singolare, sili al plurale. Nello stesso modo è corretto scrivere autosilo, autosili per quelle grandi rimesse a piani sovrapposti che all’esterno assomigliano a sili granari.

Qualche giorno fa, un rotocalco scriveva auto-asili, mostrando che il monotipista non conosceva ancora la parola; ma l’autore aggiungeva «sopraelevati o sotterranei», e nel secondo caso l’applicazione di autosili mi sembra un po’ discutibile: piuttosto che autosilo sotterraneo mi pare che si debba dire autopozzo o qualcosa di simile.

Moderatore

Si comincia a adoperare, per indicare quegli che presiede alcune pubbliche riunioni, il termine di moderatore. Si tratta di un anglicismo, o più esattamente di un anglo-latinismo: si chiamano infatti con questo titolo, nell’una e nell’altra università inglese, quelli che giudicano certi esami; nella chiesa presbiteriana i ministri eletti a presiedere certe riunioni; e recentemente nei simposi scientifici, quelli che presiedono le singole sedute.

Com’è ovvio, il termine vuol mettere in risalto che si tratta di una funzione necessaria ma modesta, quasi di un primus inter pares. (del resto, uno dei sinonimi di «convegno, colloquio» politico o scientifico è quello di Tavola rotonda, che implica un’uguaglianza fra i partecipanti, com’era quella dei cavalieri di re Artù, i quali sedevano intorno a una tavola rotonda, che non dava occasione a questioni di precedenza).

Poiché in italiano manca un vocabolo che distingua la funzione stabile del presidente di un corpo costituito da quella momentanea di un presidente di seduta, il termine mi sembra accettabile, tanto più che non si tratta che di un’applicazione specifica di un vocabolo già appartenente alla buona latinità.

Concubinaggio

A varie riprese, dal francese e dal provenzale sono penetrate in italiano numerosissime parole in -aggio, e alcune sono penetrate così a fondo nell’uso che ogni protesta sarebbe vana: come si potrebbero sostituire vocaboli come viaggio o pellegrinaggio? Quasi un secolo fa, il Tommaseo si batteva ancora a favore di salvamento «per fare italiano il barbaro salvataggio»: e purtroppo non molti l’hanno seguìto.

Ma dove esiste già una parola italiana, bene appoggiata alla tradizione, è mal fatto abbandonarla: il latino concubinatus è attestato fin dai tempi di Plauto e confermato dal Digesto; l’italiano concubinato è attestato dal Cinquecento in poi (un esempio trecentesco è forse spurio): non v’è perciò in questo caso, alcun motivo per accogliere la forma franceseggiante concubinaggio.

Bruno Migliorini


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