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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 07 aprile 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8

Machiavelli

Non basta dire, e ripetere, e insistere a chiedere che non si commettano certi errori: alcune volte v’è una spinta analogica così forte che non appena sembra che l’errore sia represso, esso rispunta come la gramigna.

Il cognome del Segretario fiorentino si pronunciava e si scriveva, senza possibile discussione, Machiavelli con una sola c: lo dimostrano tutti i documenti del Quattrocento e del Cinquecento (suo padre Bernardo scirveva Machiavelli, lui stesso Machieavegli, nello stesso modo che scriveva capegli o cavagli). Lo dimostra anche la etimologia del cognome che è ma’ chiavelli, cioè mali clavelli «cattivi chiodi» (e lo stemma della famiglia portava due lunghi chiodi incrociati). E anche l’acconciatura scherzosa del cognome, il Machia, ha sempre una sola c.

Invece nei secoli seguenti, persino in qualche edizione, comincia ad apparire la forma erronea Macchiavelli, dovuta certamente all’influenza della parola macchia. Ciò che più offende, è che quella variante figuri pesino in testi in qualche modo ufficiali: per esempio nelle (mediocri) statue di grandi toscani che attorniano il Loggiato degli Uffizi c’è purtroppo tanto di Macchiavelli con due c.

Fra e tra

Vecchia questione, quella se esista una differenza di significato tra le due preposizioni, o se si tratti ormai solo di una differenza di suono, e quindi di una variante da utilizzare soltanto per evitare sgradevoli ripetizioni di sillabe (come, per citare un altro esempio, fino e sino).

Già il Tommaseo aveva cercato di distinguere una diversità di significato, ricollegandosi all’etimologia. Fra viene dal latino infra, cioè «al di sotto», mentre tra viene da intra, cioè «al di dentro»: perciò egli conclude, «l’origine di Fra dovrebbe tenerlo sempre chiaramente distinto da Tra, essendo il luogo interiore tutt’altro dall’inferiore». Ma poi chi legga nel Dizionario dei sinonimi e nel Nuovo Dizionario tutta la esemplificazione, resterà perplesso nel trovare distinzioni e sottodistinzioni innumerevoli, e troppo spesso chiamato come giudice l’«orecchio». (non trascuri, chi vuol vedere tutta la documentazione, di vedere anche la voce Tra che il Tommaseo aveva preparata per il Nuovo Dizionario quando si occupava di Fra, e che, rimasta dimenticata in mezzo alle altre del figlio, venne qualche anno fa esumata per gli Studi di filologia italiana di Marco Pecoraro).

Invece il Manzoni, nella sua revisione dei Promessi Sposi, certo giudicando del tutto equivalenti le due preposizioni, decise di abolire per proprio conto fra (che qualche volta presentava l’inconveniente di confondersi con fra=frate) e lo sostituì quasi sempre con tra, qualche volta con in mezzo a. E dove aveva scritto fra tre o quattro confidenti, mise tra quattro o cinque confidenti: metodo accettabile, evidentemente, in uno scrittore di romanzi, ma che non andrebbe bene nella stesura di un contratto notarile

Vincenzo Dattilo segue un’altra strada: dopo aver dato un’ampia esemplificazione, ma aver anche riconosciuto che tra le due particelle c’è una «confusione, oramai consolidata dall’uso», vorrebbe riservare tra a un rapporto fra due nozioni, e invece fra a un rapporto fra parecchie: di un arrestato che passa per la strada con due angeli custodi si dovrebbe dire tra i carabinieri, mentre una autorità che va a visitare una caserma sarebbe fra i carabinieri.

Non nego che la proposta del pubblicista napoletano abbia a suo favore un buon argomento: che tale distinzione è in vigore in molte grandi lingue europee. In francese si dice entre vous et moi, ma parmi les savants, in inglese si distingue tra between e among, in tedesco fra zwischen e unter.

Sennonché, nell’uso italiano, sia parlato che scritto, questa distinzione non esiste e andrebbe introdotta artificialmente, attraverso i consigli dei grammatici e degli insegnanti. Se, qualche rara volta, consigli di questo genere hanno potuto penetrare nell’uso (per esempio la distinzione tra cultura spirituale e coltura dei campi, preconizzata dal Fanfani), la cosa è senza confronto più difficile in questo caso, trattandosi di agire su di un ordigno grammaticale e non su di un semplice elemento del lessico.

E confesso che mi sembra che non metta conto di tentare questo grosso sforzo per ottenere un così piccolo risultato. Per conto mio, mi pare che le due particelle si possano ritenere del tutto equivalenti, salvo il consiglio (che il Dattilo giudica «superficiale») di evitare cacofonia: fra fratelli, ma fra tranvieri.

Atta a casa

Giacché la legge sulla pensione alle casalinghe ha appena cominciato il suo lungo itinerario (o iter, come vogliono chiamarlo), forse siamo ancora in tempo a raccomandare che i nostri legislatori non abbiano paura di mantenere la parola tradizionale di casalinga, e non diano retta alle espressioni coniate dall’«Ufficio circonlocuzioni». In una delle quali è saltato fuori un errore da prendere con le molle: la formula originaria era attendente a casa, ma poiché essa era piuttosto lunga, si cominciò ad abbreviarla in att. a casa. Questa accorciatura però diede presto luogo, sotto la penna dei burocrati minori, ad un completamento quanto mai assurdo: atta a casa.

Atto non può voler dire altro che «adatto, abile, capace»: e chi non conosce qualche casalinga (poche, sia pure) che non è punto atta a casa?

Bruno Migliorini


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