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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 04 dicembre 1962
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8

Articoli

Pochi giorni fa, faceva bella mostra di per le vie di Firenze un manifesto del Comune di Impruneta: e sia chi ricordi la famosa «Fiera dell'Impruneta» del Callot, sia chi resti fedele all'uso corrente, che dice ancora andare all'Impruneta, non può non rimanere sgradevolmente sorpreso dell'abolizione dell'articolo.

Del resto, è quel che nei secoli passati è talvolta accaduto e che purtroppo sta accadendo per molti nomi che nella tradizione di regola avevano l'articolo: chi penserebbe ora a scrivere che uno è della Mirandola (malgrado il ricordo della famiglia dei Pico), oppure della Polesella, o della Cerignola?

Due decreti, uno del 1930 e uno del 1939, hanno tentato di por rimedio a due casi di questo genere per i capoluoghi di provincia che presentano l'articolo, e cioè hanno fissato come forma ufficiale La Spezia e L'Aquila. Devo tuttavia confessare che, quantunque il secondo di quei decreti desse un esempio corretto («Provincia dell'Aquila»), il risultato è stato in complesso mediocre, perché ha creato incertezze e incongruenze nell'uso dell'articolo. Si sarebbe dovuto cioè dire i cantieri della Spezia, abitare all'Aquila, e simili, e non de La Spezia, a L'Aquila o peggio ancora ne L'Aquila.

Non basta: l'avere aggiunto ufficialmente l'articolo dichiarandolo parte integrante del nome, con la maiuscola, ha fatto che, collocando i nomi di quelle due città in ordine alfabetico, qualcuno le metta sotto la lettera L: soluzione manifestamente erronea.

Secondo me si sarebbe dovuto procedere in un modo un po' diverso per salvare la buona tradizione e non creare questi piccoli grattacapi ortografici: si sarebbe dovuto formulare il decreto dicendo che «il nome della città va accompagnato dall'articolo determinativo (o dalle rispettive preposizioni articolate)». Similmente del resto, si faceva e quasi sempre si fa per i nomi di città straniere che vogliono l'articolo: andare al Cairo, i musei dell'Aja, i tumulti dell'Avana; e solo recentemente si è visto scritto qualche volta a L’Avana, proprio per il cattivo esempio dato da La Spezia.

Temo che i nostri legislatori siano troppo affaccendati per occuparsi di queste quisquilie ortografiche: ma forse qualche circolare ministeriale o qualche disposizione dell'Istituto di Statistica potrebbe provvedere a conservare, almeno per i nomi di comuni, la tradizione linguistica dell'articolo, quale si mantiene nell'uso popolare, pur senza sconvolgere ulteriormente le cose con formulazioni discutibili.

Moralista

M'è accaduto, con una recente noterella di questa rubrica, di meravigliare un lettore, chiamando moralista l'autore di una rubrica in cui si tratta di fatti di costume con spregiudicata obiettività, e non con quel piglio di accigliata severità che prendono quelli che comunemente si chiamano moralisti.

Infatti i vocabolari italiani correnti mettono in parallelo moralista e moralismo: e danno a moralista soltanto il significato, quasi sempre ironico o leggermente spregiativo, di arcigno tutore della morale (tant'è vero che a difendere le cose rette ci si rimette spesso nella reputazione...).

Ma non è questo l'unico senso della parola: anzitutto, c'è da tener conto del significato teologico, quello di «studioso di problemi di teologia morale»; e poi di quello che Luigi F. Benedetto così definisce, parlando di Pascal e della sua «ironia di moralista»: «dando alla parola il senso che le danno i francesi, di studioso del cuore umano». Questo significato predomina talmente in Francia, che è il solo registrato dal Petit Larousse: «autore che scrive intorno ai costumi (moeurs), come Montaigne, La Rochefoucauld, La Bruyère, eccetera». Cuore e costumi morali: introspezione psicologica e osservazione sociale insomma (che alle volte può anche riferirsi ai cattivi costumi, ma descrivendoli piuttosto che biasimandoli). Non mi pare illegittimo accettare anche in italiano, accanto a quello tradizionale e a quello teologico, quest'altro significato, riferito ai mores, ai costumi morali.

Bascapè

Il nome, apparentemente bizzarro, diventa chiaro se ricorriamo alle forme antiche: l'Olivieri, nel Dizionario di toponomastica lombarda, ricorda che in una carta dell'879 si legge de Basilica

Petri; e una variante intermedia fra l'antica e la moderna si ha nel nome con cui chiama se stesso «il più antico poeta meneghino», cioè Pietro da Barsegapè o Barxegapè (mentre il podestà fiorentino Jacopo Rangone in un documento del 1260 lo chiamava Petro de Bazagapè).

Nientemeno che una «basilica di San Pietro», dunque? , se ci ricordiamo che mentre nell'odierna terminologia ecclesiastica il titolo di basilica si riferisce a una chiesa particolarmente insigne, nei primi secoli della diffusione del cristianesimo i termini di basilica ed ecclesia erano equivalenti, tanto che in alcuni territori prevalse l'uno, in altri quell'altro. E ancor oggi in Romenia e nei Grigioni il nome usuale della chiesa è «basilica» (biserica in romeno, baselgia in Engadina), mentre altrove la parola si mantiene o nella toponomastica (si ricordi Trebaséleghe in quel di Padova) o variamente alterata e decaduta: in qualche dialetto ticinese basérga vuol dire semplicemente «capanna».

Quanto poi al culto di San Pietro a Bascapè, pare che nella chiesa del luogo si conservasse una reliquia del principe degli Apostoli, pur non essendo il tempio dedicato a lui.

Bruno Migliorini


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