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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 01 gennaio 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column9

Gli accenti grafici

Una recente noterella di questa rubrica sull’utilità di segnare regolarmente o, comunque, meno parcamente gli accenti tonici mi ha procurato parecchi consensi. Tuttavia, poiché ho avuto anche occasione di asserire che «per una serie di ragioni, in parte futili e in parte fondate», l’italiano non usa segnare l’accento sulle sdrucciole, qualcuno mi ha domandato: Quali sono queste ragioni? E sono davvero così forti da impedire che si giunga ad accentare stabilmente le parole, in modo da agevolare sia gli stranieri, sia gli italiani meno colti?

C’è anzitutto una ragione pratica: quale autorità potrebbe prendere una tal decisione? Per lo spagnolo, che è la lingua la cui struttura più si avvicina alla nostra, si è giunti ad una accettazione obbligatoria attraverso parecchie fasi, sotto gli auspici dell’Accademia Spagnola. Per la grafia portoghese (che ha un sistema di accenti piuttosto complicato e, in fondo, assai poco rispettato) sono intervenuti il governo portoghese e quello brasiliano, dopo alcune riunioni di dotti. In Italia una storia plurisecolare sta a dimostrare che il pubblico è riluttante ad accettare per la lingua qualunque decisione presa dall’alto. E i numerosi tentativi fatti da singoli scrittori (il Cattaneo, il Panzini) non hanno attecchito. Forse la via più semplice ove si potesse giungere a una soluzione largamente accettabile sarebbe che lo Stato rendesse obbligatorie le norme per tutte le pubblicazioni ufficiali, e poi, con un congruo intervallo, per i libri scolastici.

Ma le difficoltà intrinseche sono due. Una è questa: per definire esattamente le parole sdrucciole, bisognerebbe poter dare una definizione univoca dei dittonghi e degli altri gruppi di vocali, accessibile anche a un bambino delle prime classi elementari. Le parole ciliegia e Italia sono sdrucciole o no? Ciliegia certo no; per Italia si può discutere. Ma il compianto Giuseppe Malagòli ha girato elegantemente la questione teorica trasformandola in una questione pratica: egli ha proposto di escludere dal computo tutte le i e le u che precedono immediatamente la vocale finale, qualunque sia la loro natura; e quindi di considerare parole piane sia ciliegia che Italia.

L’altra difficoltà è molto più grave. Non vi è uniformità nell’uso dell’accento, perché alcuni tengono conto solo dell’accento tonico, e altri invece si servono dell’accento non soltanto per indicare la posa della voce, ma anche le vocali aperte e chiuse (la pésca e la pèsca, le bòtte e la bótte). Non solo: c’è chi come il Touring Club adopera l’accento acuto nell’interno di una parola e il grave alla fine (Itália, ma Cefalù); chi adopera la regola l’acuto per i e u (come Mondadori e Zanichelli), chi (come per lo più le tipografie fiorentine) sempre ì e ù. Ma soprattutto il decidere se l’accento deve aver valore puramente tonico, oppure servire anche a distinguere le vocali aperte da quelle chiuse è molto importante.

Fino a quando non si giungerà a una soluzione definitiva, ci permetteremmo di consigliare due cose: accentare stabilmente le parole sdrucciole che possano confondersi con le piane (àmbito, sùbito), e accentare le parole meno frequenti (ètimo, endòcrino).

Accessit

Un lettore mi domanda se sono disposto a dare l’accessit a un certo vocabolo. A parte il fatto che non spetta a me dare una qualsiasi specie di nulla-osta, e che tutt’al più ritengo di poter dare qualche consiglio, mi permetto di osservargli che l’uso di accessit in questo significato è abusivo.

Nelle premiazioni scolastiche, quando ancora si facevano in latino, dopo il primo premio si diceva che uno o più altri si erano «avvicinati» al premiato (accessit vuol dire infatti «si è accostato»). Il francese ha conservato ancora quest’uso, e gli accessit sono i «secondi premi». Ma in italiano la somiglianza con il sostantivo accesso ha fatto che il termine sia spesso male interpretato; ed è un errore da non imitare.

Algerino

In francese si distingue nettamente fra Algérien «abitante dell’Algeria» e Algérois «abitante della città di Algieri»; e qualcuno ha rilevato che una analoga distinzione (Algerino e Algerese) potrebbe essere utile anche in italiano, ora che le cronache sono piene di notizie della martoriata regione.

Ma allora non bisognerà distinguere (potrebbe osservare qualcuno) anche tanti altri casi analoghi, come Tunisino, Lussemburghese, Messicano, Monegasco, Sammarinese, che ora servono senza gravi inconvenienti a tutti e due i significati?

Si può osservare che la coniazione di questi nomi etnici è una conseguenza di un particolare interesse suscitato dalla storia o dalla cronaca : e quindi può darsi che qualche volta la necessità sorga, e qualche altra volta no.

E del resto per alcuni di essi (Monegasco, Sammarinese) la piccolezza del territorio fa che i due concetti pressappoco coincidano (nello stesso modo che non c’è bisogno di solito di distinguere con un nome diverso l’abitante della città di Bologna e l’abitante della provincia di Bologna). Tuttavia Parmigiano si dice piuttosto per la città e Parmese per il territorio (ma anche Parmense può riferirsi alla città quando se ne parla con solennità retorica).

La distinzione è costantemente applicata invece (dopo qualche oscillazione nei secoli passati) per Veneziano e Veneto: e non vi sapremmo in alcun modo rinunciare.

Bruno Migliorini


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