Text view

Gli esterofili

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 12 luglio 2015
NewspaperIl Nuovo Quotidiano di Puglia
Publication placeLecce
Publication countryItalia
Page10
Column2-5

L’inglese come un morbo. Istruzioni per il (non) abuso

Sempre più anglicismi: così si perde fiducia nella propria lingua

In tutti i contesti quotidiani parole anglofone mutuate e quasi mai necessarie

E non sempre ne guadagna la chiarezza dell’espressione

Nei giorni scorsi, sfogliando quasi a caso le pagine dei quotidiani italiani, ho letto molte frasi e parole in inglese: reality show, blogger, trading online, ecc.; ascoltando i telegiornali ho annotato: peacekeaper, producer, pressing, ecc.. Francamente, non tutte ho immediatamente capito.

Non si tratta di episodi isolati. Al contrario, la presenza di anglicismi nell’uso quotidiano della nostra lingua è palpabile e anzi va crescendo; nello stesso tempo, colpisce l’incapacità (o il disinteresse) a contrastare il fenomeno da parte dei parlanti e degli scriventi, troppo spesso incuranti e addirittura inavvertiti. Alcuni anni addietro un importante studioso fiorentino disse che l’italiano è affetto da morbus anglicus; quella formula talvolta fu oggetto di ironie ma è condivisibile nella sostanza, anche negli obiettivi che sottintende. Capiamoci: nessuno sogna di riassumere le vesti dei puristi dell’Ottocento come l’abate Cesari o il marchese Puoti, vuole ripercorrere le vie dell’autarchia lessicale (come si tentò nel periodo fascista), praticare la strada della xenofobia indiscriminata (eliminando dall’italiano tutte le parole di origine straniera). Sarebbe stupido, o meglio impossibile. Decine, anzi centinaia di parole inglesi (o anglo-americane) sono diventate patrimonio usato dagli italiani nelle comunicazioni abituali e fanno parte della nostra lingua. Chi vorrebbe rinunziare a parole come computer, jazz, baby-sitter, laser, mail, spot e tante altre che usiamo tutti i giorni? La questione è un’altra. È discutibile se tutti gli anglicismi che usiamo correntemente siano davvero necessari; spesso non è così, la lingua italiana possiede in le risorse necessarie a comunicare nelle diverse situazioni della vita.

Nella pratica, abusiamo di parole come drink (come se in italiano non esistesse bevanda), di form (e modulo?), di coffee break (e pausa caffè?), di meeting point (e punto d’incontro?), di body guard (e guardia del corpo?), ecc. Le università italiane (sciommiottando alcune aziende) si muniscono di student service o attraverso un customer service tendono a misurare la customer satisfaction (come se gli studenti fossero dei clienti!). Una serie di istituti di garanzia si chiama authority (per l’energia, per le comunicazioni), esiste un garante della privacy, la Rai [Radiotelevisione italiana (italiana, appunto!)] vita a trasmissioni come Rai educational ed ha un segmento operativo chiamato Raifiction, il ministero delle politiche sociali si autodefinisce del welfare, i politici dei diversi schieramenti propongono di istituire Tax day, USA day, Sport day, Election day (e, con ibrido senza commento, vaffaday). Sono in grande ascesa parole come education, location, mission, dimenticando le corrispondenti forme italiane, più facili e più belle: educazione, insegnamento, collocazione, sistemazione, missione, scopo. Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di spending rewiew, ricetta più o meno miracolosa per risanare la compromessa situazione economica. Al medesimo scopo alcune forze politiche sostengono (e altre negano) l’utilità del Jobs Act. Proviamo a chiederci: quanti italiani sono in grado di capire esattamente il significato dell’espressione inglese (che è all’origine un acronimo: Jumpstart Our Business Startups)? E allora chiedo: farsi capire dalla gente, cercarne il consenso consapevole, non dovrebbe essere il primo dovere della classe politica?

Spesso, per rendere allettanti i prodotti italiani, la pubblicità delle nostre aziende ricorre all’uso dell’inglese. Sorge una domanda: come si fa a promuovere l’esportazione delle nostre merci esaltando l’eccellenza del marchio italiano, parlando di food, beverage, fashion, glamour? Bisogna fare esattamente il contrario, l’uso promozionale dell’italiano potrebbe avere valenza economica e commerciale in molti mercati e potrebbe aiutare il mondo produttivo nazionale a misurarsi con le sfide della concorrenza mondiale. Sembra averlo capito la pubblicità di «Costa Crociere 2015»: perché dire «good morning» quando puoi dire «buongiorno»?, o fare «breakfast» se puoi fare «colazione»?; domande analoghe riguardano altre coppie: «brunch» ~ «pranzo», «gentleman» ~ «cavaliere», «tour» ~ «giro», «show» ~ «spettacolo», «happy hour» ~ «aperitivo», «party» ~ «festa»; per concludere con la domanda «perché non goderti il bello dell’Italia nei posti più belli del mondo?», che precede la sollecitazione «Costa. Il modo italiano di goderti il mondo». Non è un’eccezione. La pubblicitaria milanese Annamaria Testa lancia in rete una petizione di grande successo: basta con gli anglicismi, usiamo l’italiano!

Come si giustificano le contraddizioni? La spiegazione è relativamente semplice nella sua drammaticità: in questa fase della globalizzazione alcuni popoli, tra cui l’italiano, stanno perdendo (almeno in parte) la fiducia nella propria lingua. Parlare l’inglese o l’angloamericano è in molti settori utilissimo, quasi indispensabile, per fare carriera. Molte famiglie della buona borghesia italiana mandano i figli in scuole inglesi o americane (e più tardi li manderanno a frequentare corsi universitari e master in America) non solo perché vengono ritenute ottime scuole ma soprattutto perché i rampolli si impadroniscano della lingua inglese. Intendiamoci: la conoscenza delle lingue è fondamentale, il mondo è globale; ma questo non comporta che la nostra lingua quotidiana debba intridersi così massicciamente di anglicismi. Non possiamo continuare così: una lingua non è solo un insieme di parole regolate da una grammatica, ma esprime i modi di vivere e di sentire, di pensare, di concepire le relazioni tra le persone, i rapporti sociali, economici, giuridici, i sogni, i progetti di vita, i valori, il bene e il male. La lingua, il suo uso e la sua continua creatività sono indispensabili per continuare ad esistere. Un popolo che rinuncia alla lingua perde l’identità.

La lingua non si governa a colpi di decreti legge, senza dubbio. Spetta alle classi culturalmente più attrezzate del paese, secondo la lezione che viene dai grandi del passato, cercare di incanalare le spinte e le controspinte cui è sottoposta ogni lingua viva. La lingua va difesa attraverso l’impegno delle istituzioni e il contributo dei singoli, insieme. Come l’ambiente, allo stesso modo. Non è una battaglia di retroguardia, abbiamo a un passo esempi a cui guardare. Paesi vicinissimi a noi come la Francia, la Germania, la Spagna, si misurano con le stesse questioni e lo fanno in maniera enormemente più efficace. Non so dire se la differenza dipenda da una più avvertita coscienza della propria identità di quei paesi, o da orgoglio nazionale, o da altro. Basti pensare al ruolo che lo stato francese assume per la terminologia ufficiale, scientifica, tecnica, istituzionale usata nelle strutture centrali e periferiche. Una sola prescrizione vorrei ricordare, che potrebbe essere adottata con semplicità anche per l’italiano: «Daremo spazio alle parole straniere solo quando sono veramente installate nell’uso e quando non esiste una onesta parola della nostra lingua [che bell’aggettivo: onesta!] per designare la stessa cosa o esprimere la stessa idea».

Se a questa indicazione ci conformassimo, molte oneste parole italiane rimpiazzerebbero senza difficoltà gli anglicismi inutili, i meno radicati nella nostra lingua. Se diventassimo più vigili e meno superficiali, meno provinciali e meno subalterni, potremmo guardare al futuro della nostra lingua con moderato ottimismo. Siamo noi che decidiamo le sorti dell’italiano.


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view