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Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 09 agosto 2015
NewspaperIl Nuovo Quotidiano di Puglia
Publication placeLecce
Publication countryItalia
Page11
Column2-5

Caro italiano, non tv+b xké ora scrivi♥amo così

Incapaci di usare registri diversi. E la riflessione si appiattisce

L’uso parossistico del cellulare influisce sulla persona

Dal linguaggio all’analisi ecco le conseguenze

«C6 dmn X 1 p2z?» scrive un giovane a una sua amica mandandole un messaggino. Non molti anni fa, usando un normale foglio di carta, il giovane avrebbe scritto «ci sei domani per una pizza?».

Dire tutto in pochi caratteri, a costi minimi o inesistenti («WhatsApp» è praticamente gratuito), usare una sorta di linguaggio iniziatico tipico del mondo adolescenziale o giovanile può diventare un marchio di appartenenza. Il mezzo comporta regole che vanno rispettate, a parti- re dall’inviolabilità delle formule di interazione, chi sbaglia paga. Il ragazzo che concludesse il messaggino di prima con «Distinti saluti» non avrebbe una sola possibilità di vedere accolto il suo invito, riceverebbe un rifiuto, con grave pregiudizio della sua affettività.

Il fenomeno va capito, non avallato a scatola chiusa condannato a priori. Dire qualcosa in uno spazio ristretto, essere stringati ed efficaci, avvalersi di abbreviazioni condivise («tvb» per ti voglio bene, «d6» per dove sei, «+o-» per più o meno) vanno bene se si mandano messaggini, non per testi di altro tipo. Sono frequenti, nei temi scolastici e perfino in tesi universitarie, usi grafici come «x» in luogo di «per», «k» in luogo di «ch» (anche in combinazione, in una relazione ho letto «xke» in luogo di «perché»). Questi abusi vanno respinti, senza paura di essere considerati pedanti. Bisogna far capire ai nostri studenti che le forme della comunicazione informatica e telematica non possono essere trasferite nei lavori a scuola o all’università, si tratta di cose profondamente diverse. I ragazzi, bravissimi a scrivere messaggini o «tweet», debbono essere capaci di usare una lingua diversa e appropriata se fanno un compito, se presentano un’istanza in segreteria o una domanda per un concorso. Il grande obiettivo e trovare sempre il registro giusto, saper usare diversi tipi di lingua nelle diverse situazioni. Le faccine vanno bene in un messaggino o in una chat, diventano una smorfia se vengono trasferite altrove.

Attenzione. Il rapporto con i nuovi media non riguarda solo i giovani, gli adulti vi sono dentro fino al collo. Ho letto statistiche impressionanti sull’uso del telefono cellulare o del tablet: in media lo strumento viene controllato 150 volte al giorno (7 volte ogni ora), 6 persone su 10 non si staccano mai da esso, 2 persone su 3 non spengono il cellulare neanche al momento di andare a letto. Nello stesso tempo diminuisce la soglia di attenzione, a qualsiasi cosa: pare che oggi negli utilizzatori spasmodici di cellulare sia di 8 secondi, un pesce rosso pare abbia la soglia a 9 secondi. Insomma: siamo impegnati a guardare mille cose, ma prestiamo pochissima attenzione (e nessuna riflessione). L’uso parossistico del cellulare influisce sulla persona.

Osservate il comportamento della gente in treno o in metropolitana. Nessuno legge libri; pochi leggono giornali, quasi sempre sfogliano quotidiani sportivi o fogli semipubblicitari distribuiti gratuitamente. La maggioranza è concentrata sul proprio telefonino, anche se si è in coppia o in gruppo (che maleducazione!). Non dappertutto, in verità, l’ho constatato di persona: in bus a Varsavia giovani e uomini di mezza età leggono Dostoevskji, in metropolitana a Parigi signore con la borsa della spesa leggono Balzac.

La comunicazione breve («twitter», «hashtag», ecc.) è consueta in personaggi di primo piano: se ne avvale il presidente del consiglio, se ne avvale di recente persino il papa. Scrivo con il massimo rispetto, con il rispetto dovuto a grandissime autorità religiose e politiche. C’è tuttavia un problema, che è linguistico e concettuale, quindi fondamentale. Scrivere un messaggino su un cellulare o affidare a un tweet il giudizio su complicate situazioni economiche o sociali ha il pregio della sinteticità ma comporta un difetto fondamentale: non consente sfumature, taglia con l’accetta, sceglie tra e no, non aiuta a riflettere. Un tweet non è un ragionamento, è un’affermazione che richiede solo mi piace ~ non mi piace. Con i tweet non si può apprezzare Boccaccio o descrivere la prima guerra mondiale, come pure è stato fatto: è ovvio che i risultati siano infelici, al limite del ridicolo. Il numero delle parole usate e ridotto al minimo e poiché tra il pensiero e la lingua c’è interazione, ne deriva che il pensiero è anchilosato come la lingua. Un linguaggio con poche parole e troppo stringato non è in grado di esprimere concetti complessi; è pubblicità, non democrazia.

In una «Bustina di Minerva» sull’Espresso Umberto Eco ha citato il caso di facili domande su Hitler e Mussolini rivolte ai concorrenti di un quiz televisivo; hanno tutti sbagliato, nonostante il fatto che le date in alternativa proposte dal conduttore consentissero ai concorrenti risposte abbastanza sicure, perché alcune superavano largamente la morte sia di Hitler sia di Mussolini. Per quei concorrenti, il passato si appiattisce in una nebulosa indifferenziata, la memoria si è contratta in un eterno presente. Lo stesso Eco qualche settimana prima aveva segnalato che, secondo sondaggi attendibili, molti studenti universitari sono convinti che Aldo Moro sia stato il capo delle Brigate Rosse. Spesso agli esami da studenti in difficolta mi sento obiettare: «sa, professore, a me le date non piacciono, non me le ricordo proprio». E io mi chiedo: come si fa a capire qualcosa se non lo collochiamo nel tempo, se ignoriamo quel che viene prima e quel che viene dopo?

Si può reagire in qualche modo? Non ha senso comportarsi da luddisti, quelli che nell’Inghilterra paleoindustriale distruggevano le macchine perché, a loro dire, sottraevano lavoro agli uomini. Non possiamo (non dobbiamo) distruggere i telefonini e boicottare la rete. La rete in non istupidisce rende intelligenti. Dobbiamo farne uso appropriato e consapevole, come facciamo per tutto. L’automobile ci grandi vantaggi; ma se la usiamo in modo sventato inquiniamo il pianeta, se da criminali non ci fermiamo allo stop o guidiamo contromano in autostrada mettiamo a repentaglio la vita nostra e altrui.

Alla reazione sono chiamate istituzioni, famiglie, scuola e università soprattutto. Lo affermo a costo di attirarmi critiche: decisivi sono il recupero del nozionismo e l’esercizio della memoria, pratiche spesso vituperate. La memoria un tempo veniva esercitata obbligatoriamente: a scuola si imparavano a mente poesie, i nomi delle catene montuose alpine, le date di morte degli imperatori romani. Si tenevano in esercizio le mappe cerebrali dove la memoria ha sede. In seguito l’allenamento della memoria è stato quasi abolito: sembra che la memoria non serva a nulla e anzi sia disdicevole. La rete mette a disposizione di chiunque una massa enorme di informazioni, ma bisogna saper cercare e scegliere; questo lo può fare solo un cervello allenato e consapevole. La conoscenza superficiale esonera i frequentatori della rete da ogni responsabilità: non hanno bisogno di ricordare, il clic sul computer fornisce loro ciò che in quel momento serve. Cè chi ricorda per te, e tanto basta e avanza. Ma non è cosi, ci vuole ben altro. A volte lo studente mi dice: «l’ho trovato in internet». Io replico: «, ma chi l’ha detto? quando? a quale scopo?». E cala il silenzio.

Ricordo con devozione il mio maestro delle elementari, il maestro Falco, di Galatina. Di lui ricordo faccia, voce, postura del corpo; di altri insegnanti non ricordo nulla, neppure il nome. Il maestro Falco obbligava noi ragazzi di terza e di quarta elementare (spesso recalcitranti) a imparare a memoria interi brani di «Pinocchio» e i racconti mensili del «Cuore». Quando eravamo bravi, ci premiava regalandoci una castagna del prete (si, una castagna). In questo modo alunni benestanti e alunni poveri si accostavano in forma paritaria all’italiano, a volte non posseduto dalle famiglie d’origine (lo abbiamo scritto nella prima puntata di questa rubrica). La scuola dava a quei ragazzi lo strumento indispensabile per entrare nel mondo degli adulti, farsi spazio nella vita.

Una comunicazione troppo stringata non riesce a esprimere al meglio concetti a volte molto complessi. È pubblicità, non democrazia:


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