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Astratto e concreto

Language columnIl linguista
AuthorFausto Raso
Date 28 luglio 2009

Ai tempi della scuola abbiamo appreso che la differenza tra il concreto e l’astratto sta nel fatto che nel primo caso si dice di ciò che può essere verificato direttamente con i sensi, quindi è percettibile, vero, che si può toccare con mano; nel secondo caso, invece, di ciò che pur esistendo non può essere percettibile in quanto è semplicemente una nozione comune come, ad esempio, la virtù o la benevolenza. Non è sempre facile, dunque, distinguere il concreto dall’astratto soprattutto dal punto di vista grammaticale perché il fatto non attiene alla fonetica alla morfologia alla sintassi.

È interessante vedere, quindi ripercorrendo l’ evoluzione della lingua , come alcuni vocaboli che in origine indicavano esclusivamente nozioni materiali oggi siano atti ad esprimere i concetti più astratti. Analizziamo il verbo pensare: questo non è altro che il verbo latino che voleva dire pesare’; da una cosa concreta è passato ad indicare una cosa astratta; non diciamo, del resto, pesare il pro e il contro di una determinata faccenda? E che cosa significa comprendere se non accogliere in noi un pensiero? Scrutando il verbo capire (dal latino capere, prendere, contenere, accogliere’) si vede bene il passaggio dal significato concreto a quello astratto: accogliere nella nostra mente un concetto, quindi capirlo. Originariamente il suddetto verbo indicava solamente una cosa concreta, tant’è che ancora oggi si parla di capienza di un locale; poi anche in latino ha finito con l’acquistare l’accezione di intendere’. L’ambivalenza concreto-astratto si nota meglio esaminando un altro termine, figlio di capire: capace. Diciamo, infatti, che un recipiente è molto capace e che un ragazzo è capace di risolvere un problema; nel primo caso abbiamo capace nel significato concreto di contenere’, nel secondo in quello astratto di avere attitudini’. Ancora. Il verbo riflettere palesa ancora più facilmente la sua antica origine: non significa altro che riflettere, vale a dire piegarsi su stesso’. Chi riflette, dunque, ripiega la mente su stesso’, ovverosia rivolge l’attenzione sui fatti interni della vita psichica (i contenuti del pensiero). Il passaggio dal valore concreto a quello astratto anche in questo caso si riscontra con maggiore evidenza nelle espressioni concentrarsi nei propri pensieri, raccogliersi in meditazioni.

Con queste modeste noterelle tentiamo di mettere in evidenza, insomma, il fatto che nel parlare e nello scrivere adoperiamo termini che i nostri antenati Latini usavano con accezioni diverse da quelle odierne e solo un’attenta analisi ci rimanda al significato originario che da astratto è diventato concreto e viceversa. Una riprova? Molte fra le parole più astratte di quelle che esprimono concetti matematici, ad un attento esame, rivelano i loro significati originari che erano, per l’appunto, concreti. Vediamo.

Il punto, quando è nato, non era altro che il segno lasciato da una puntura (d’insetto, ad esempio); la linea, presa come simbolo della figura geometrica, è il femminile dell’aggettivo derivato da lino, che è, propriamente, filo di lino’. Vogliamo dire, insomma, che il confine tra astratto e concreto è quanto mai labile (e i sacri testi grammaticali per quanto ne sappiamo non ne fanno cenno). Si pensi, a questo proposito, all’aggettivo amaro: un caffè amaro e un ricordo amaro; o al verbo inghiottire: si può inghiottire un cibo come una calunnia.

Potremmo continuare ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Concludiamo consigliando a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere di adoperare il su citato verbo nella forma non incoativa (cioè senza l’inserimento dell’infisso -isc- tra il tema e la desinenza) allorché assume un significato metaforico: non hai paura che il buio ti inghiotta? Si dirà, invece, che Mario inghiottisce qualunque cosa gli capiti sotto i denti.

Fausto Raso

Scritto martedì, 28 luglio 2009 alle 20:18 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

giovanni scrive:

3 agosto 2009 alle 06:00

Ed il verbo intendere? Come si iscrive nella costruzione di cui sopra? E così pure, come può sostenersi la vicinanza tra astratto e concreto quando si parla, ad es., di infinito, un concetto che è il paradigma dell'astrazione?

Grazie!

linguista scrive:

3 agosto 2009 alle 06:15

Il verbo intendere si può considerare astratto quando ha l’accezione di 'capire il significato', 'comprendere con la mente': "Filippo ha inteso subito, senza problemi, il pensiero dell’autore"; concreto allorché si fa riferimento esplicito all’udito, alla percezione sensoriale, quando significa, insomma, 'sentire', 'udire': "Durante tutta la notte ha inteso dei rumori sospetti". Per quanto attiene all’ambivalenza astratto-concreto di infinito le cose si complicano. Si può ritenere concreto nella forma aggettivale e nell’accezione di 'svariato', 'innumerevole' e simili (sull’argomento sono stati pubblicati "infiniti" testi), astratto in tutti gli altri casi.

Fausto Raso

Riccardo scrive:

17 gennaio 2010 alle 07:27

il sostantivo "buio" è concreto o astratto ?

Grazie per l'attenzione

linguista scrive:

17 gennaio 2010 alle 08:40

Il buio propriamente non lo vediamo, ma si tratta evidentemente di una realtà concreta, che attiene alla nostra sfera sensoriale: la cosa è evidente quando diciamo "Qui c'è buio". Se si volesse rendere il buio un'astrazione si potrebbe coniare il termine "buietà" ("buietudine", invece, esprimerebbe la condizione di chi vive nel buio).

Massimo Arcangeli

Salvatore Zingale scrive:

18 gennaio 2010 alle 19:02

Mi viene da dire che tutto "è concreto", ma alcune cose "diventano astratte", proprio nel senso etimologico, da "abstrahere": distaccare da. L'astratto è evoluzione del concreto. E la spiegazione di sopra lo dimostra.

Saluti

federico scrive:

9 giugno 2010 alle 21:02

sperando di trovare qualcuno di voi disponibile, chiedo se è corretto dire/scrivere "...ho bisogno di saperti vivo/in vita".

tralasciando la bellezza dell'epressione, credo si possa usare. secondo voi???

linguista scrive:

9 giugno 2010 alle 22:19

L'espressione è correttissima.

Massimo Arcangeli

Laura scrive:

17 giugno 2010 alle 13:55

Gentile Linguista, insegno italiano all'estero. Ho un testo (Contatti 1 -Freeth/Checketts- p. 149) in cui trovo questa frase: 'Pero' qualche volta guardo [...] un telefilm per rilasciarmi'. Chiedo: e' corretto scrivere 'rilasciarmi'? Non l'avevo mai letto o sentito prima. Ho sempre usato in una situazione simile: 'rilassarmi'.

Vi ringrazio per l'aiuto. Saluti.

linguista scrive:

17 giugno 2010 alle 14:15

Per il transitivo "rilasciare" è effettivamente attestato anche il significato di "rilassare" (cfr., per es., "rilasciare i muscoli"). Per "rilasciarsi", invece, il significato attestato è unicamente "allentarsi", "perdere tono". Sconsiglierei decisamente, dunque, di insegnare l'uso di "rilasciarsi" nel senso di "rilassarsi".

Yahis Martari

OLA scrive:

31 luglio 2010 alle 00:01

Salve, mi chiedevo se il termine NOVELLA sia astratto o concreto. La ringrazio anticipatamente per la visione :)

linguista scrive:

31 luglio 2010 alle 11:58

Se per "novella" intendiamo l'oggetto rappresentato da un breve racconto, come quelli, notissimi, di un Verga o un Pirandello, allora il termine è concreto. Se intediamo invece parlare di una 'notizia', senza alcun aggancio a un'entità concreta, allora il termine è astratto.

Massimo Arcangeli

Giuseppe scrive:

2 ottobre 2010 alle 15:50

Tutti coloro che sarebbero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati......

Tuti coloro che fossero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati....

Quale delle 2 opzioni è corretta?

Grazie.

linguista scrive:

2 ottobre 2010 alle 17:13

Sono giuste entrambe le soluzioni; dipende dal quel che vogliamo far intendere in termini di svolgimento degli eventi. Sappiamo (ne abbiamo scritto più volte) che il condizionale può esprimere il futuro nel passato: se diciamo "Tutti quelli che sarebbero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati" immaginiamo perciò l'arrivo a Roma delle persone di cui parliamo come un evento futuro rispetto a un altro evento.

Massimo Arcangeli

federico scrive:

19 ottobre 2010 alle 22:08

è vero che "i quali" nelle relative non può essere utilizzato come complemento oggetto, e deve'essere sostituito con "che"?

linguista scrive:

19 ottobre 2010 alle 23:29

"Il quale" (e "la quale", ecc.), se ci limitiamo all'uso italiano corrente e prescindiamo da particolari intenti stilistici, non è effettivamente adoperato come oggetto diretto. Non si dica e non si scriva perciò "Maria, la quale ho incontrato ieri a Roma, vive ora a Genova" bensì "Maria, che ho incontrato ieri a Roma, vive ora a Genova".

Massimo Arcangeli

federico scrive:

26 ottobre 2010 alle 14:47

salve, il pronome "" può essere usato nella seguente frase: "avendo questi fra edifici differenti..."?

scrivere e come scrivere se stesso (almeno credo), quindi può essere usato anche riferito a sostantivi al plurale??

linguista scrive:

26 ottobre 2010 alle 15:16

Il riflessivo rappresenta la forma tonica del pronome personale di terza persona singolare e plurale, usata nei complementi retti da preposizione, solo in riferimento al soggetto: (singolare) il padre ha portato con i figli, (plurale) i genitori hanno portato con i figli; il pronome inoltre è spesso rafforzato da stesso o da medesimo: (singolare) al ragazzo non manca la fiducia in stesso, (plurale) ai ragazzi non manca la fiducia in stessi.

Sebbene non abbia ben compreso il contesto a cui lei si riferisce (avendo questi fra edifici differenti, a chi si riferisce "questi"?), la risposta alla sua domanda è quindi , il pronome può essere usato anche in riferimento a sostantivi plurali.

Rocco Luigi Nichil

federico scrive:

27 ottobre 2010 alle 14:36

grazie.

federico scrive:

30 ottobre 2010 alle 21:24

devo assillarvi con altre due quesiti: si può mettere la virgola prima della congiunzione "e"? E' corrette dire "siccome che"?

Esempio:

Roberto ha comprato il latte, E, oltre ad essere passato dal panettiere, è andato dal medico.

linguista scrive:

30 ottobre 2010 alle 21:59

Nell'esempio in questione la virgola dopo "e", naturalmente, ci sta tutta (la proposizione che segue è una incidentale). Quanto a "siccome che" - la mia è una sentita raccomandazione -: non lo usi.

Massimo Arcangeli

federico scrive:

31 ottobre 2010 alle 19:07

grazie per la raccomandazione, ma "siccome che", l'ho solo sentito dire. devo tuttavia dedurre che, nonostante sia brutto, si possa comunque usare?

linguista scrive:

31 ottobre 2010 alle 22:15

Non lo scriva e non lo pronunci.

Massimo Arcangeli

Matteo scrive:

7 novembre 2010 alle 11:13

Ho un quesito circa la distinzione tra astratto e concreto. Dove si colloca la parola "parola"?

Grazie

linguista scrive:

7 novembre 2010 alle 15:18

Se stiamo a una distinzione rigida fra le due categorie la parola, visto che non la "tocchiamo", si colloca nel campo degli astratti (chiamando in causa l'udito le cose starebbero diversamente).

Massimo Arcangeli

MAURO scrive:

27 dicembre 2010 alle 16:24

dire "siccome che...." è un espressione corretta ?

MAURO scrive:

27 dicembre 2010 alle 16:25

ho già visto la risposta , grazie

silvia scrive:

6 febbraio 2011 alle 23:35

vista (uno dei 5 sensi): è un sostantivo astratto o concreto?

linguista scrive:

6 febbraio 2011 alle 23:41

La vista è un senso e, in quanto tale, esprime la capacità di percepire luci, forme, colori, ecc. Si tratta perciò di un sostantivo astratto, laddove "occhio" è un sostantivo concreto.

Massimo Arcangeli

elisa scrive:

13 marzo 2011 alle 12:35

Caro linguista le chiedo cortesemente di rispondere alla mia domanda:la parola ERRORE è CONCRETA o ASTRATTA???La saluto e La ringrazio anticipatamente.

linguista scrive:

13 marzo 2011 alle 13:47

Sorvolando sulle questioni relative all'opportunità di indicare, in casi del genere, una scala di valori che dal polo dell'astrattezza conduca a quella della concretezza, "errore" è una parola astratta. Ovviamente un errore possiamo facilmente vederlo incarnato in un caso concreto (pensiamo a un errore grammaticale). A loro voltà, però, anche un vizio o una virtù possono essere concretizzati (personificati), e così qualunque altro concetto possa essere compreso fra i più astratti che possiamo immaginare. Consideriamo concreti, insomma, solo quei termini che facciano inequivocabilmente riferimento a oggetti visibili, palpabili, ecc.

Massimo Arcangeli

matteo scrive:

11 aprile 2011 alle 16:55

esimo linguista, il rischio è astratto o concreto?

matteo

linguista scrive:

11 aprile 2011 alle 16:57

La distinzione fra nomi astratti e nomi concreti non va intesa in senso troppo rigido. In linea di massima, si considerano concreti i nomi che si riferiscono alle entità direttamente percepibili dai sensi (gatto, forchetta, palla, ecc.), e astratti quelli che si riferiscono a entità raffigurabili solo in astratto appunto dalla mente (amore, gloria, ecc.). Tuttavia non sempre è possibile assegnare un dato nome alla classe concreta o a quella astratta. Un rischio (come un disagio, una partenza, ecc.) si colloca su gradi per così dire intermedi di astrazione / concretezza.

Marcello Ravesi

monica scrive:

28 novembre 2011 alle 16:57

qualè il nome astratto di questi verbi? pensare, scoprire, correre, scrivere, saltare e leggere? grazie 1000

linguista scrive:

28 novembre 2011 alle 16:58

La domanda non è chiarissima. Comunque, immagino che si richieda il corrispettivo nominale delle forme verbali proposte. Se : pensiero, scoperta, corsa, scrittura, salto, lettura.

Marcello Ravesi

debora scrive:

29 gennaio 2012 alle 19:45

Salve,desidererei sapere se per fare l'analisi grammaticale delle seguenti parole:"un temporale violento" la parola temporale è da considerare un nome concreto o astratto.

Grazie

linguista scrive:

30 gennaio 2012 alle 11:25

L'opposizione concreto/astratto, rispetto alla lingua, non trova concordi tutti gli studiosi. La concretezza e l'astrattezza, infatti, non sono tra i parametri semantici fondamentali dei nomi e in molti casi il confine fra queste due categorie può essere piuttosto labile. Pensi per esempio ai sostantivi che designano eventi quali il movimento (partenza, arrivo, corsa, etc), cui l'attribuzione dell'una o dell'altra proprietà non è affatto pacifica.

Per quanto riguarda il caso specifico di temporale (sostantivo) propendo decisamente per la concretezza, ma l'argomento generale meriterebbe senz'altro un approfondimento. Intanto le segnalo la scheda di Federico Faloppa (astratti, nomi) sull'Enciclopedia dell'italiano (a cura di R. Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2010, pp. 120-121), e un articolo apparso sul sito dell'Accademia della Crusca, dedicato a questi temi.

Francesco Bianco

IVANA scrive:

30 gennaio 2012 alle 22:20

Per cortesia vorrei sapere se i nomi di tempo: mattina , pomeriggio,domani ,ieri ecc ,sono nomi concreti o astratti. Grazie!

linguista scrive:

30 gennaio 2012 alle 22:34

Si definiscono concreti i nomi che si riferiscono a tutto ciò che si può conoscere direttamente con i sensi o che possiamo immaginare come esistente e reale. Si definiscono astratti, invece, i sostantivi che indicano concetti, azioni, sentimenti e tutto quello che, in genere, possiamo percepire soltanto con la nostra mente, senza poterlo verificare con i nostri cinque sensi. Tuttavia la definizione dei nomi concreti e astratti non è sempre netta, ma ha spesso necessità di una contestualizzazione. È il caso di "mattina", "pomeriggio", "notte", che usati per descrivere un tempo oggettivo sono concreti, ma utilizzati in senso metaforico (esempio: "la notte della democrazia") sono astratti.

"Ieri" è un avverbio di tempo, come "domani": quest'ultimo, sostantivato, significa "il futuro", "l'avvenire". Citando Lorenzo il Magnifico, "del diman non v'è certezza" e, direi, nemmeno concretezza.

Simonetta Losi

Andrea Vercelli scrive:

11 febbraio 2012 alle 11:40

Il sostantivo 'pizzico' è concreto od astratto?

linguista scrive:

11 febbraio 2012 alle 17:46

Direi che ci troviamo in una zona di confine: si potrebbe, con ragionevoli argomenti, sostenere l'attribuzione all'una o all'altra categoria.

Personalmente, propendo per la concretezza, supponendo che lei si riferisca al primo significato del sostantivo, e non al suo uso nella locuzione un pizzico di 'un po' di'.

Le segnalo una mia risposta di qualche giorno fa (30/01/2012 alle 11:25:32) in merito a un analogo dubbio di un altro utente; per approfondire l'argomento le consiglio di leggere F. Faloppa, Astratti, nomi, in Enciclopedia dell'italiano, a cura di R. Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2010, pp. 120-121, e questo articolo apparso sul sito web dell’Accademia della Crusca.

Francesco Bianco

salvatore scrive:

1 aprile 2012 alle 16:23

La parola "cosa" ha un significato astratto o concreto ?

Grazie

linguista scrive:

1 aprile 2012 alle 17:02

Cosa è uno dei cosiddetti nomi generali; sostantivi che, per la loro proprietà di essere riferiti a un numero molto alto di referenti, sono usati come parole passepartout per gli scopi più vari. Proprio per questo è impossibile attribuire cosa alla categoria dell'astratto o del concreto.

Se dico passami quella cosa, indicando con la mano un bastone, faccio riferimento ad un oggetto concreto. Se invece sentenzio la cosa più importante nella vita è l'amore, riferisco il vocabolo ad un'entità astratta.

Cosa può anche riferirsi, metalinguisticamente, a una porzione di testo precedente, oppure grammaticalizzarsi come pronome interrogativo: (che) cosa vuoi da me?

La distinzione fra concreto e astratto, per altro, è tutt'altro che pacifica in linguistica. Su tale agomento mi permetto di rinviarla ai numerosi interventi precedenti (p. es. Mattia Mela, 31/05/2009 alle 15:37; Massimo Arcangeli, 13/03/2011 alle 13:47:17; Francesco Bianco, 30/1/2012 alle 11:25; Simonetta Losi, 30/01/2012 alle 22:34) e di consigliarle un paio di letture: la scheda di Federico Faloppa (astratti, nomi) sull'Enciclopedia dell'italiano (a cura di R. Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2010, pp. 120-121) e un articolo apparso sul sito dell'Accademia della Crusca.

Francesco Bianco

tropea65 scrive:

2 ottobre 2012 alle 22:47

Sonno è una parola concreta o astratta? Grazie

linguista scrive:

2 ottobre 2012 alle 22:59

Le rispondo con parole non mie: «La distinzione tra nomi concreti e astratti non è sempre chiara; per esempio, sarebbe difficile collocare tra i nomi concreti o tra quelli astratti parole come sonno, malessere, corsa, salto, caduta, arrivo che indicano fatti percepibili dai sensi, ma privi di una consistenza materiale» (Maurizio Dardano, Pietro Trifone, Grammatica italiana (terza edizione), Bologna, Zanichelli, 1995, p. 171; mio il grassetto). Analoghe considerazioni troverà qua e nelle pagine del nostro blog, ed in particolare in un post scritto da Fausto Raso (Astratto e concreto), ma anche nelle voci (nomi) astratti e (nomi) concreti, realizzate da Federico Faloppa per l’Enciclopedia dell’italiano (a cura di R. Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2010, pp. 120-121), nonché in un articolo di Raffaella Setti (Nomi astratti e nomi concreti), disponibile nel sito dell’Accademia della Crusca.

Rocco Luigi Nichil

fulvia scrive:

27 ottobre 2012 alle 09:00

Quando in un compito si devono analizzare, dal punto di vista grammaticale, parole difficilmente collocabili tra i nomi concreti o tra quelli astratti, cosa mi suggerisce di dire ai miei allievi?

Grazie.

linguista scrive:

27 ottobre 2012 alle 09:43

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti è profondamente radicata nella pratica didattica anche se a molti studiosi, e agli stessi insegnanti, risulta spesso artificiosa, falsa nonché inutile. E' evidente, infatti, che solo alcuni nomi possono essere sicuramente attribuiti all'una o all'altra categoria, mentre una gran parte dell'universo rimane sospesa a metà. La definizione che normalmente si di concreto è che 'si può sperimentare con i sensi', ma che dire di lavoro in una frase come "Oggi ho un sacco di lavoro da fare?" A prima vista si direbbe astratto, ma si può fare un oggetto che non si può sperimentare con i sensi? Sorgono quantomeno dei dubbi. E, nella stessa frase, il nome sacco, chiaramente concreto secondo la definizione su riportata, essendo usato in senso figurato dovrebbe in questo caso passare nella categoria "astratto". A metà strada si collocano nomi che indicano processi, come movimento o costruzione; nomi che indicano qualità, come velocità (astratto, si direbbe, ma allora come sarebbe possibile dire: "la velocità di quell'automobile mi ha sorpreso"? Evidentemente ho percepito con i sensi quella qualità); nomi che indicano stati d'animo: gioia, allegria, tristezza, sofferenza (chiaramente si percepiscono con i sensi, ma come possono definirsi 'concreti'?); nomi relativi alla religione: Dio, angelo, provvidenza (astratto? Eppure si dice: "la provvidenza ci aiuterà", quindi essa opera nel mondo fisico; ma, e qui la cosa si fa ancora più intricata, solo per chi ha fede). Ad accrescere le perplessità su questa categorizzazione viene il fatto che l'appartenenza del nome all'una o all'altra categoria non ha alcuna conseguenza sulla costruzione morfosintattica della frase. L'unica utilità che si può riconoscerle è che invita gli studenti a riflettere sulle qualità del referente del nome. Questo, però, a costo dei dubbi di cui si è detto, senza parlare della confusione tra nome e referente del nome.

Se non si ha il coraggio di superare questa distinzione, la strada più prudente da seguire è di essere elastici nel caso di dubbi, magari tralasciando le etichette quando non si può stabilire con buona approssimazione l'appartenenza.

Fabio Ruggiano

gaia spezzapria scrive:

9 novembre 2012 alle 09:10

fantasma è un nome astratto o concreto? perchè ?

gaia spezzapria scrive:

9 novembre 2012 alle 09:11

grazie

linguista scrive:

9 novembre 2012 alle 09:54

Un'antica distinzione depositata nelle nostre grammatiche prevede di separare i nomi concreti, che si riferiscono a entità direttamente percepibili dai sensi, e nomi astratti, che evocano concetti presenti solo nella mente. Una parola come fantasma, nell'accezione di 'essere soprannaturale che secondo la credenza popolare appare di notte', basta a fare entrare in crisi tale distinzione, riferendosi a un'entità che potrebbe essere percepita dai sensi (o si vuole che lo sia), ma che di fatto può rimanere altrettanto bene nel dominio delle idee. In realtà, come osserva il linguista Luca Serianni, la classificazione di nomi astratti e concreti è «da non intendere in senso troppo rigido: non sempre è possibile assegnare un dato nome a questa o quella classe (una partenza, un disagio, un'arrabbiatura, una caduta si collocano su gradi per dir così intermedi di «astrazione» / «concretezza»)». A ben guardare tutte le parole, anche quelle che fanno riferimento a cose concrete e percepibili dai sensi, prese di per non sono che simboli, "fantasmi" della nostra mente.

Marco Maggiore

Cinzia scrive:

3 marzo 2013 alle 16:56

La parola "algebra" è da considerarsi concreta o astratta? grazie.

linguista scrive:

3 marzo 2013 alle 16:56

Quanto c’era da dire sulla classificazione nomi concreti / nomi astratti e sulla sua artificiosità (oltre che irrilevanza grammaticale), è ampiamente espresso nelle mie risposte del 27/12/2012 (ore 15:57) e del 26/11/2012 (ore 10:51); e si veda anche la risposta di Fabio Ruggiano del 30/09/ 2011 (ore 19:51).

Marcello Ravesi

willie il coiote scrive:

4 maggio 2013 alle 20:19

Il sostantivo violenza è una parola concreta oppure astratta?

linguista scrive:

4 maggio 2013 alle 20:20

Sull'argomento ha dato una dettagliata risposta Marcello Ravesi:

In linea di massima, si considerano concreti i nomi che si riferiscono alle entità direttamente percepibili dai sensi (gatto, forchetta, palla, ecc.), e astratti quelli che si riferiscono a entità raffigurabili solo in astratto dalla mente (amore, gloria, ecc.). Tuttavia, come osserva Luca Serianni (cfr. Grammatica italiana, Torino 1989, cap. III § 6), quella di nomi astratti e concreti è «una classificazione da non intendere in senso troppo rigido: non sempre è possibile assegnare un dato nome a questa o quella classe (una partenza, un disagio, un’arrabbiatura, una caduta si collocano su gradi per dir così intermedi di astrazione / concretezza)». È dunque piuttosto difficile inserire fra i nomi concreti o fra quelli astratti parole come corsa, salto, caduta, arrivo, ecc., che indicano fatti percepibili dai sensi, ma privi di una consistenza materiale. «Inoltre, un nome di solito usato come astratto può essere in altre accezioni concreto. Pensiamo agli astratti personalità, celebrità adoperati come concreti (le personalità del mondo dello spettacolo) [...]» (ibid.). Aggiungo, a mo’ d’esempio, occhio: mi lacrima l’occhio (concreto) / Mario ha occhio per l’arredamento (astratto). Così spesa, nel senso di insieme dei generi e dei prodotti acquistati’ o di acquisti che si fanno periodicamente di generi alimentari o di prodotti di uso domestico’, va considerato un nome concreto, ma nell’accezione di atto dello spendere’ andrebbe annoverato fra gli astratti.

C’è da dire, più in generale, che tutte le parole non rappresentano direttamente le cose, ma esprimono l’idea che delle cose abbiamo nella mente (un concetto). Le parole, rappresentando sempre la nostra idea di un oggetto o di una condizione o di un fenomeno, sono dunque tutte segno di qualcosa di astratto.

Quanto a considerare spesa come nome collettivo, direi che con qualche forzatura è anche possibile, se si colloca il termine, nella sua accezione concreta (insieme dei generi e dei prodotti acquistati’), fra quelli che designano un insieme di più cose astraendo dalle unità componenti (come, per es., fogliame, paccottiglia, ecc.).

Marcello Ravesi

Fabio Ruggiano

sabrina scrive:

16 novembre 2013 alle 16:40

salve.mi servirebbero delle frasi con la parola bene che sia nome concreto e nome astratto

linguista scrive:

16 novembre 2013 alle 17:41

Confronti le due frasi: "Ha perduto tutti i suoi beni a causa del gioco d'azzardo" vs. "Ti auguro ogni bene".

Alessandro Aresti

Giuseppe scrive:

24 gennaio 2014 alle 14:42

Il verbo accogliere,coniugato in "accolse" è astratto o concreto?

linguista_1 scrive:

24 gennaio 2014 alle 15:39

Difficilissimo stabilire la natura "ontologica" di un verbo (a prescindere dal tempo e dal modo usati). Questa operazione risulta già abbastanza discutibile a proposito dei nomi.

Fabio Ruggiano

LIMBER scrive:

8 dicembre 2014 alle 22:13

l'astratto di scrittore è ?

linguista_1 scrive:

8 dicembre 2014 alle 22:57

Sarebbe "scrittura", ma siamo qui di fronte a un nome che può essere usato sia in senso astratto ("La scrittura è un'arte") sia in senso concreto ("Riconosci questa scrittura?").

Massimo Arcangeli

Catia scrive:

7 gennaio 2015 alle 22:08

Salve volevo sapere se il nome "proposta" è astratto in analisi grammaticale

linguista_1 scrive:

8 gennaio 2015 alle 09:15

Più spesso è concreto, ma senza un esempio non si può rispondere in modo netto.

Alessandro Aresti

giulietta scrive:

3 gennaio 2016 alle 13:55

Idea è un nome concreto, giusto?... grazie mille

linguista_1 scrive:

4 gennaio 2016 alle 13:31

Per rispondere con precisione dovrebbe produrre un esempio. Comunque, in genere è un nome astratto, in quanto denota un'entità che non può essere percepita con uno dei cinque sensi.

Alessandro Aresti

rebecca scrive:

16 dicembre 2016 alle 16:01

Salve vorrei sapere qual e il nome astratto della parola cliente

linguista_1 scrive:

16 dicembre 2016 alle 23:12

Credo che abbia sbagliato qualcosa nella formulazione della domanda, che così posta non ha molto senso (che cosa significa "qual è il nome astratto della parola cliente"?). La invito a riprovare.

Rocco Luigi Nichil

Silvana scrive:

16 gennaio 2017 alle 15:27

I giornalai urlavano le ultime notizie.

Notizie in questa frase è un nome astratto o concreto?

linguista_1 scrive:

17 gennaio 2017 alle 09:38

Il confine fra astratto e concreto è in molti casi assai labile. Una "notizia" è di norma un nome astratto, ma nella frase "I giornalai urlavano le ultime notizie" può essere considerato concreto giacché la parola può essere verificata con uno dei cinque sensi (in questo caso l'udito), a meno che non si consideri il verbo "urlare" in senso metaforico (se così fosse il nome "notizie" dovrebbe essere considerato astratto). Per approfondire l'argomento, le consiglio di leggere il seguente post di Fausto Raso: http://linguista.blogautore.repubblica.it/2009/07/28/astratto-e-concreto/.

Rocco Luigi Nichil


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