Text view

Difendiamo il congiuntivo

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 18 giugno 2009
NewspaperRepubblica Online
Publication place-
Publication countryItalia
Page-
Column-

Riceviamo e pubblichiamo volentieri in forma di post il seguente intervento di Fausto Raso su un tema scottante (il nostro bel congiuntivo, troppo spesso dimenticato o maltrattato). Auspichiamo che anche in questo caso - come in quello del femminile delle professioni - ne scaturisca un proficuo dibattito.

Massimo Arcangeli

Si va sempre più affermando l’usanza deleteria introdotta da qualche notabile della lingua di sostituire il congiuntivo con l’indicativo; così (dice il notabile) tutto si semplifica e i bambini (bontà sua) non trascorreranno le notti insonni per capire la differenza che intercorre tra i due modi del verbo. Non si può però pretendere di fare scomparire un modo di un verbo adoperato da secoli per enunciare un fatto come incerto, possibile, sperato e del cui esito, perciò, non si è sicuri; diversamente dall’indicativo, che esprime la certezza o la realtà constatata (o immaginata) nella nostra mente come tale.

Il congiuntivo, come dice la stessa parola, è quello dei quattro modi finiti del verbo che indica l’azione come probabile e si adopera in dipendenza di una proposizione principale congiungendo, appunto, due azioni o due stati: Voglio che voi tutti leggiate quel romanzo (non è sicuro che lo farete, e pertanto il congiuntivo è d’obbligo). Il congiuntivo è insomma, come lo definiscono i grammatici, quel modo del verbo che esprime azione non ritenuta reale e certa, ma solo possibile. Useremo quindi (parlando e scrivendo), in presenza della congiunzione che, il modo congiuntivo ogni volta che enunciamo un fatto come incerto, possibile, sperato. Auguriamoci che la squadra bianca batta la squadra rossa; poiché l’esito della gara delle due squadre è incerto, anche qui il congiuntivo è d’obbligo.

Da sottolineare anche il fatto che il congiuntivo presente si adopera, anzi si deve adoperare, indipendentemente e in una proposizione principale, quando ha una funzione volitiva: Ognuno dica quel che vuole; Che il Cielo vi aiuti; Cada pure il mondo, non mi rivedrete più!. In questi casi, gentili amici, provate a sostituire il congiuntivo con l’indicativo secondo i consigli dei notabili della lingua; se le frasi vi suonano, dimenticate quanto avete letto finora e accettate le scuse per la confusione di idee che le nostre modestissime parole vi hanno creato.

Attenzione, infine, a non abusare del congiuntivo. In una frase come Ho sognato che ero sull’orlo di un baratro non si può usare il congiuntivo e dire o scrivere fossi: nel sogno il baratro era reale, quindi è corretto l’indicativo ero.

Fausto Raso

Scritto giovedì, 18 giugno 2009 alle 07:34 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

Commenti

Bortesi Cinzia scrive:

18 giugno 2009 alle 17:42

Condivido l'intervento del sig. Fausto Raso sull'uso del congiuntivo e aggiungo che nella mia esperienza di insegnante nella scuola elementare i bambini hanno sempre studiato il congiuntivo ed hanno imparato ad usarlo senza necessariamente "perderci le notti". Certo occorre molto esercizio scritto e orale ma i bambini sono spugne e, se stimolati nel giusto modo, imparano senza grandi problemi. Certo che se gli adulti non danno il buon esempio e se in televisione, giornalisti, politici, attori.... parlano in modo scorretto, non è certo positivo. La scuola fa la sua parte, pretendiamolo anche da chi occupa posizioni di rilievo e comunque da chi sa di essere ascoltato dalla gente.

Fiore Raffaella scrive:

19 giugno 2009 alle 10:12

Sono perfettamente daccordo con quanto sostenuto da Fausto Raso. Dichiaro che ricevo un vero e proprio fastidio quando ascolto personaggi di rilievo usare la lingua italiana in modo sciatto. Mi piace Mirabella perchè è uno dei pochi presentatori televisivi che ha rispetto dei congiuntivi ed in generale della NOSTRA BELLA LINGUA.

Se si avesse frequentazione di letture delle opere dei nostri migliori srittori , sarebbe spontaneo esprimersi con proprietà e correttezza. Ma purtroppo ormai prevale l'ascolto di personaggi televisivi sciatti ed impreparati. Pazienza, forse prima o poi si tornerà ad abitudini più sane e corroboranti.

Salvatore Claudio SGROI scrive:

21 giugno 2009 alle 15:46

LUNGA VITA AL CONGIUNTIVO, MA DIFENDIAMOLO BENE!

Che il congiuntivo sia minacciato (dall’indicativo) o stia per scomparire e che vada quindi difeso a spada tratta è un topos costante nelle discussioni linguistiche tra gli amatori e difensori della patria lingua (ma anche presso alcuni linguisti). La minaccia è tanto più grave in quanto si sottolinea la (presunta) scomparsa del congiuntivo implicherebbe un grave depauperamento della lingua (e quindi dei parlanti), che non sarebbero più in grado di esprimere ciò che tale modo consente (o: consentirebbe?) di esprimere rispetto all’indicativo. Forte dell’ipotesi teorica tradizionale, Beppe Severgnini ha così potuto sostenere che la crisi del congiuntivo [...] ha un’origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L’assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana.

Ora, diciamo subito che il congiuntivo non corre affatto alcun pericolo (di morte) e che semplicemente co-esiste con l’indicativo. Ovvero ciascun modo ha degli spazi sintattici che, in maniera del tutto normale, naturale, quasi meccanica per parlanti mediamente acculturati, non sono occupati dall’altro modo. In altri contesti sintattici (per esempio nelle frasi dipendenti soggettive, oggettive, interrogative indirette, ecc.), invece, gli stessi parlanti acculturati alternano (liberamente) i due modi. A questo punto, la questione da dirimere è duplice. Primo: l’alternanza congiuntivo/indicativo in tali contesti è legittima, è corretta? La mia risposta è la seguente: dal momento che l’alternanza è operata da parlanti mediamente colti (e non già esclusivamente dagli incolti o dalle famigerate classi subalterne), non prestandosi tra l’altro ad alcuna ambiguità comunicativa, allora l’indicativo al posto del congiuntivo è semplicemente corretto, legittimo, ecc. Di usi illustri, parlati e scritti, con l’indicativo pro congiuntivo nell’italiano contemporaneo (e dei secoli scorsi!) ognuno ha solo l’imbarazzo della scelta nell’esemplificarli.

Secondo, ma la scelta indicativo/congiuntivo non è priva di conseguenze semantiche, come sottolineano le grammatiche (moltissime, non tutte!), e come si ricorda nell’intervento di Fausto Raso? Ovvero l’indicativo non sarebbe il modo della realtà, versus il congiuntivo modo della incertezza, della possibilità, ecc.? L’errore di molte grammatiche è invero a mio parere quello di attribuire al congiuntivo la valenza della soggettività/possibilità/incertezza, che invece va riferita al verbo principale che regge la frase dipendente al congiuntivo. Così nella frase (corrente nelle grammatiche di primo Novecento) Piera crede che Dio esistA (al cong.) il punto di vista soggettivo del parlante è espresso dalla semantica del verbo reggente (crede), indipendentemente dalla realtà dell’esistenza o meno di Dio; il congiuntivo sottolinea qui semplicemente che la frase che Dio esistA è una frase dipendente, secondaria (rispetto alla principale e più importante: Piera crede). Se quest’analisi teorica (già settecentesca) è corretta, ne consegue che la stessa frase non muta affatto di significato se è all’indicativo: Piera crede che Dio esistE. Si tratta sempre di una credenza (soggettiva) di Piera. E tuttavia una differenza esiste tra le due frasi, come può percepire qualunque parlante acculturato. La frase al congiuntivo è certamente più bella’, più raffinata’, più elegante’, più ricercata’ ecc. dell’altra all’indicativo. Ed è questa la sola differenza d’uso dei due modi. Una differenza (si dice tecnicamente) di registro. Ovvero il congiuntivo è un semplice modo (e non una modalità semantica). La differenza puramente stilistica tra i due modi spiega probabilmente la difficoltà che hanno i bambini nell’adoperare il congiuntivo. Se l’opposizione indicativo/congiuntivo fosse di ordine realmente semantico, i bambini probabilmente acquisirebbero senza grandi difficoltà tale possibilità comunicativa. Solo il buon esempio, ricordato da Cinzia Bortesi, di parlanti e di adeguate letture può quindi attivare nei bambini l’uso raffinato del congiuntivo. Non certamente le ingiunzioni’ e le prescrizioni, inutili se non dannose, come a suo tempo ricordava il grande psicolinguista L. S. Vygotskij (1926). Su possibili (apparenti) contro-esempi alla spiegazione teorica qui avanzata, ci riserviamo di intervenire, se altri lo riterranno opportuno. Va ancora ricordato che la lamentela sulla (presunta) scomparsa del congiuntivo è diffusa in altre lingue. E che un altro grande linguista francese (Antoine Meillet) all’inizio del secolo scorso aveva avanzato una valida spiegazione sull’alternanza cong./indic. nelle lingue indoeuropee, legata alla scarsa consistenza fonologica delle desinenze dei due modi.

Salvatore Claudio Sgroi

Gualberto Alvino scrive:

21 giugno 2009 alle 19:18

Sono sempre arcilieto di potermi confrontare su cose di lingua col mio carissimo amico Salvatore Claudio Sgroi, tra gli usaioli ad oltranza del Belpaese senza dubbio il più attrezzato e intelligente, oltreché brillantissimo, il che visto il cipiglio dei nostri linguisti non guasta affatto. Dunque, schematicamente:

1) com’è noto, il verbo «credere» può significare essere convinti della verità di qcs. («Credo che Dio esiste») o ritenere possibile o probabile’ («Credo che Dio esista»); ergo l’esempio addotto non è tra i meno ingannevoli; mi chiedo quali sarebbero state le argomentazioni del linguista siciliano se, in luogo della frase «Piera crede che Dio esista/esiste», egli avesse optato per «Temo che tu sei/sia in malafede» oppure «Ho quasi l’impressione che Gigi è/sia un ladro»;

2) chi sarebbero, di grazia, i parlanti «mediamente colti» che Sgroi tira puntualmente in ballo a sostegno delle sue tesi? Giornalisti, critici e scrittori potrebbero a buon diritto rientrare nella categoria? Certo che . Ebbene, garantisco che tra di loro c'è chi scrive «le pubenda», «bulemico», «scena da mozzafiato», «più infimo» . Questi i puntelli delle tesi sgroiane? Dunque «bulemico», essendo usato da un parlante/scrivente (assai più che) mediamente colto, sarebbe «corretto e legittimo»?

3) altro supporto delle tesi sgroiane è la presenza/assenza di «ambiguità comunicativa»; in altri termini: tutto è corretto e legittimo a patto che sia semanticamente terso. Allora frasi come «Mamma, me fame, da’ pane» o «Zia, piove, ombrello, sennò bagnarci», non prestandosi ad alcuna ambiguità comunicativa, sarebbero corrette e legittime?

4) scrive disinvoltamente il re degli usaioli: «L’errore di molte grammatiche è invero [] quello di attribuire al congiuntivo la valenza della soggettività/possibilità/incertezza, che invece va riferita al verbo principale che regge la frase dipendente al congiuntivo». E allora perché mai in «Mi spiegò come e per quale motivo fosse stato picchiato dal padre» il verbo spiegare non ha affatto valenza di soggettività/possibilità/incertezza?

5) «La frase al congiuntivo dichiara Sgroi è certamente più bella’, più raffinata’, più elegante’, più ricercata’ ecc. dell’altra all’indicativo. Ed è questa la sola differenza d’uso dei due modi. Una differenza (si dice tecnicamente) di registro». Allora perché egli scrive qui «Se l’opposizione indicativo/congiuntivo fosse di ordine realmente semantico, i bambini probabilmente acquisirebbero senza grandi difficoltà tale possibilità comunicativa» e non già «Se l’opposizione indicativo/congiuntivo è di ordine realmente semantico, i bambini probabilmente acquisiscono»? Forse perché è la soluzione più bella e raffinata?

Gualberto Alvino

Francesco Bamai scrive:

25 giugno 2009 alle 15:13

Ci si incappa tutti, nell'inciampo del congiuntivo. E, con straorinaria mise en abyme, ci incappa persino Fausto Raso in questo bel pezzo. Proprio nell'affermare l'obbligatorietà del congiuntivo quando si esprime un fatto incerto, Raso scrive "non è sicuro che lo farete". Si potrà dire che "non è sicuro che lo facciate" possa suonare come un ipercorrettismo, ma il dubbio si dissolve se, per esprimere lo stesso concetto, si sceglie la formula: "non è sicuro che il fatto avverrà", che francamente suona alle orecchie come un'unghia sulla lavagna. Cosa se ne deduce? Che di fronte a una zeppa sintattica, speriamo che nessuno si arrabbia.

Gualberto Alvino scrive:

26 giugno 2009 alle 18:55

La frase di Fausto Raso "non è sicuro che lo farete" è inappuntabile. Non si dice forse "Non è sicuro che verrò con voi?", "Dubito che fra due anni lo accoglierai in casa", ecc.?

ivan castrogiovanni scrive:

30 luglio 2009 alle 18:33

A parte che qui si discute intorno al congiuntivo presente e si dimentica l'enorme importanza dell'imperfetto : basti pensare che nel siciliano l'imperfetto sostituisce in tutti i casi il condizionale, ed è tutto da studiare come la famosa assenza di futuro ricordata da Sciascia. Ma pensa.Salvatore Claudio Sgroi,al te possino! romano : mica puoi dire te possono! Da qui,l'enorme importanza ottativa del cong.pres...

Giorgio Ragusa scrive:

2 agosto 2009 alle 10:14

Ripropongo qui una domanda che ho già avuto modo di porre al prof. Sgroi. In quale sito internet (possibilmente autorevole) posso trovare la prova della correttezza della frase : "Anche se potrei, preferisco non uscire", che molti docenti di italiano considerano errata perché insegnano agli alunni che "accanto al se ci vuole sempre il congiuntivo"?

linguista scrive:

2 agosto 2009 alle 10:15

Non saprei suggerirle un particolare sito internet sull'argomento (se non forse quello dell'Accademia della Crusca, http://www.accademiadellacrusca.it), ma le posso indicare almeno un paio di opere che fanno al suo caso. La prima è l'Italiano di Luca Serianni (capitolo XIV, paragrafo 157), la seconda, riflesso di questa, è il saggio Se + condizionale di Alfonso Leone, presente nel numero XXXIII del periodico «Lingua nostra» (pagg. 113-117). Se le potesse servire, a riprova delle sue buone ragioni, riporto fedelmente ciò che scrive Serianni nella sua grammatica: "Il se concessivo e avversativo può introdurre una proposizione col condizionale (l'apodosi ha l'indicativo): «la sua ripetizione, se proprio non sonerebbe tautologica, non appare almeno necessaria» (esempio citato, come il seguente, in Leone 1974a, 116; = benché non suoni tautologica...); se dopo la catastrofe di Porto Grande gli ateniesi avrebbero potuto costituire ancora un motivo di timore per i siracusani, dopo l'Asinaro, l'indipendenza e la tranquillità di Siracusa erano viceversa assicurate» (= mentre dopo la catastrofe....)".

Rocco Luigi Nichil

Marco B. scrive:

4 settembre 2009 alle 21:58

Il congiuntivo ci permette di variare la sfumatura da certezza a possibilità a riferimento distaccato di opinione che altri ritengono vera ma noi...(es. "Mario è certissimo che sia così [ma io no, o almeno non mi pronuncio]) Spesso dietro a frasi implicite (subordinate infinitive) ci stanno delle esplicite al congiuntivo, ormai considerate troppo affettate, meno dirette, inusitate o addirittura agrammaticali (nei tipi: "pensa di fare", "ritiene di essere", ecc.)

Marco B. scrive:

4 settembre 2009 alle 22:05

@Giorgio, anche se potrei, alla faccia del suo condizionale, è un'ipotetica della realtà: facendo un poco di sofismo la possibilità, anzi l' eventualità, è data per certa. Perchè non va un indicativo? Perchè nelle frasi principali, anche in presenza di altri indicativi va il condizionale per l'eventualità (potrei...ma...)

D'altronde hai detto "preferisco" portando tutto su un piano di realtà, ovvero il personaggio ha preso seriamente in considerazione l'eventualità di uscire e poi ha deciso altrettanto seccamente di no. Se invece si dicesse "Anche se potessi, preferirei (e non "preferisco"!) non uscire" sarebbe dell' irrealtà a mio parere cioè la possibilità sarebbe completamente ipotetica: al personaggio non sarebbe mai realmente passato per la testa di uscire, un significato ben diverso.

Riccardo scrive:

23 febbraio 2011 alle 13:04

Buongiorno a voi tutti, gentilissimi e preparatissimi linguisti.

Vorrei sapere se l'espressione che ho sentito recitare al famoso Benigni:" ...queste son donne alle quali bisogna volerGLI bene..." è esprimibile anche con il LE in luogo del GLI, a fine enunciazione. Mi viene un dubbio sull'acordo con il nome a cui si riferirebbe.

Vi ringrazio per la spiegazione che gentilmente mi vorrete fornire. Tanti saluti.

linguista scrive:

23 febbraio 2011 alle 13:40

La costruzione proposta è decisamente marcata e propria della lingua parlata; la forma più "lineare" sarebbe stata: "queste son donne alle quali bisogna voler bene". Poiché il pronome atono di sesta persona femminile funziona in questo caso come rafforzativo del complemento di termine, la forma corretta è gli e non le (che si usa invece per il complemento oggetto).

Francesco Lucioli

niarb scrive:

10 marzo 2012 alle 15:13

Acciderba, quanti esperti! Quante persone di cultura!

Davvero, sono colpito. Io vengo da quello che per voi è il futuro, e noi siamo convinti (eravamo convinti, dovrei dire) che nella vostra epoca il congiuntivo avesse già fatto definitivamente la fine delle tigri dai denti a sciabola, delle macchine da scrivere e dei dischi in vinile.

E invece mi tocca ricredermi...

Peccato, questo articolo qui sotto

http://afterfindus.wordpress.com/2012/01/29/la-scomparsa-del-congiuntivo/

dovrà essere completamente riscritto...

:-)

saluti e buonumore a voi tutti,

niarb


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view