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L’accento val bene una messa (giusta)

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 02 giugno 2009
NewspaperRepubblica Online
Publication place-
Publication countryItalia
Page-
Column-

Ci sono stati segnalati in questi giorni problemi di corretta accentazione. Una carrellata su alcuni fra gli svarioni più frequenti in fatto di accenti, perciò, non guasta; limitatamente, è ovvio, ai casi non controversi o a quelli per i quali la direzione del cambiamento è ancora incerta e si può ancora spendere utilmente qualche parola a favore del modello dell’italiano normativo.

Dunque: acribìa non acrìbia; amàca non àmaca; andrògino non androgìno; ànodo, càtodo e non anòdo e catòdo; appendìce non appèndice; àrista (del maiale) non arìsta; autòdromo non autodròmo; baùle non bàule; bocciòlo non bòcciolo; bolscevìco non bolscèvico; cadùco non càduco; callìfugo non callifùgo; centellìno non centèllino; cosmopolìta non cosmopòlita; cùpido (agg.) non cupìdo; devìo, ovvìo (ver.) e non dèvio e òvvio; dissuadére, persuadére e non dissuàdere, persuàdere; edìle non èdile; ègida non egìda; elèttrodo non elettròdo; elzevìro non elzèviro; èureka non eurèka; gòmena non gomèna; gragnòla non gràgnola; gratùito non gratuìto; ìlare allegro’ non ilàre; incàvo non ìncavo; infìdo non ìnfido; lùbrico non lubrìco; medìceo non medicèo; mollìca non mòllica; pudìco non pùdico; rubrìca non rùbrica; sàrtia non sartìa; seròtino non serotìno; tèrmite (insetto) non termìte; vìolo non viòlo.

Non cederei nemmeno su adùlo, anòdino, diàtriba, esplèto, da preferirsi nettamente ai pur temibili avversari àdulo, anodìno, diatrìba, èspleto. E lo stesso dicasi per codardìa, leccornìa, ubbìa (giusti) vs. codàrdia, leccòrnia, ùbbia; per salùbre contro sàlubre; per la distinzione fra utensìle (sost.) e utènsile (agg.), anche se sono sempre meno numerosi gli utenti che la rispettano.

Una lingua è un oggetto in continuo movimento, se decide di prendere con risolutezza una certa strada, se i parlanti scelgono di modificarla in barba alle regole vigenti, nessuno può far niente per mutarne il corso. Occorre tuttavia vigilare fin dove è possibile, senza per questo assumere il cipiglio di severissimi censori. È sufficiente appellarsi a quel sano senso civico che, almeno di tanto in tanto, dovremmo un po’ tutti dimostrare di possedere; nelle questioni linguistiche come nelle tante occasioni quotidiane in cui ci è richiesto di compiere il nostro dovere di semplici cittadini.

Massimo Arcangeli

Scritto martedì, 2 giugno 2009 alle 17:12 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

Commenti

alessandra scrive:

10 giugno 2009 alle 16:34

Vorrei sapere quale forma è corretta: lei fa o lei io o io do secondo me senza accento però una mia amica mi ha messo il dubbio...

grazie

linguista scrive:

10 giugno 2009 alle 16:44

Le forme corrette sono: lei fa, io do. A volte io do si può trovare accentato per distinguerlo dalla nota musicale.

Alberto Sebastiani

Alessandro scrive:

26 giugno 2009 alle 22:32

Buona sera.

Alcuni mesi fa, una persona ha invitato a casa sua alcuni giocatori di scacchi.

Oggi le chiedo: Sapeva fossero grandi campioni?

Cosa cambia se dico: Sapeva che potevano essere dei grandi campioni?

Oppure, Non sapeva che erano...?

linguista scrive:

27 giugno 2009 alle 01:19

Premesso che sapere, come molti altri verbi esprimenti giudizi, sensazioni, percezioni e via dicendo (avvertire, notare, sentire, ecc.), regge di norma lindicativo, fra Sapeva che fossero grandi campioni (meglio: Sapeva che erano grandi campioni) e Sapeva che potevano essere dei grandi campioni la differenza sta tutta in quel modale (potevano) che presenta come eventuale ciò che la presenza del solo verbo essere stabilisce invece come certo. Quanto allenunciato Non sapeva che erano..., meglio Non sapeva che fossero... (in italiano molti verbi che reggono comunemente lindicativo vogliono il congiuntivo se usati nella forma negativa).

Massimo Arcangeli

Angela scrive:

10 luglio 2009 alle 08:59

Sempre sulla corretta grafia di fa.

Mi era stato insegnato che fa dovesse essere scritto nei seguenti modi:

fa’ (se contrazione di fai) fa’ il tuo dovere!

(se voce del verbo fare) mi piacere

fa (se nota musicale o se indicante il tempo passato) tempo fa, sono stata a Roma.

Mi chiarisce un po’ le idee per favore?

Grazie!

Angela

linguista scrive:

10 luglio 2009 alle 09:30

Fa’: con apostrofo, è la forma alternativa di fai nell’imperativo di fare;

fa: senza apostrofo, per il presente indicativo di fare, per la nota musicale e per l’avverbio di tempo.

fa: con accento, mai.

Mattia Mela

Rossella Ragadini scrive:

9 settembre 2009 alle 11:59

Buongiorno.

Da, imperativo del verbo dare, si scrive con apostrofo (come fa’ imperativo)?

In quali casi da si scrive con accento?

Grazie

Rossella Ragadini

linguista scrive:

9 settembre 2009 alle 12:16

, quando è imperativo dobbiamo usare l’apostrofo. L’accento si mette, per distinguerla dalla preposizione semplice, quando la forma esprime il presente indicativo.

Massimo Arcangeli

Roberto scrive:

18 gennaio 2010 alle 14:20

Buongiorno a tutti,

sono contento di questa rapida carrellata di dubbi d’accento: devo ammettere che su alcune parole avevo anch’io qualche incertezza. Solo un’annotazione: non sono d’accordo sulla pronuncia della parola diatriba’. La soluzione proposta (diàtriba), con accento alla latina, non tiene conto del fatto che l'accentazione invalsa in italiano è rimodellata sul francese. Perciò propenderei decisamente per diatrìba, la forma nettamente più diffusa. Questo mio discorso si inserisce all'interno della exata quaestio (chi ha fatto lettere classiche come me sa bene che lo è) sulla necessità di accentare alla latina parole di origine greca, soluzione che non mi trova daccordo. Infatti, pur introducendo se vogliamo una norma stabile allinterno di esiti spesso incoerenti (allapparenza), ciò a mio avviso non conto della stratificazione culturale attraverso cui le parole di origine greca sono pervenute in italiano. Propenderei quindi per luso, che non nasconde affatto ignoranza, ma processi linguistici del tutto naturali e consueti.

Concedetemi, se possibile, unultima annotazione: rileggendo diversi commenti, trovo spesso persone che vogliono salvare la nostra bella lingua italiana. Pur ritenendolo un parere del tutto accettabile (la lingua è anche cultura: la sentiamo sulla nostra pelle), in quanto linguista vorrei solo sottolineare che di per non esistono lingue belle o lingue brutte, come non esistono lingue complesse o lingue semplici, lingue facili o lingue difficili, lingue più logiche di altre (status spesso riservato alle ligue antiche: le lingue moderne sarebbero quindi illogiche o meno logiche?): tutte le lingue sono sullo stesso piano, tutte sono difficili e complesse, tutte possediono una logica. Scusate questo sfogo, ma credo che ogni tanto dovremmo ragionare su quanti pregiudizi linguistici abbiamo nella testa. Suvvia, un po di sano relativismo linguistico farebbe bene a tutti!

Cinzia scrive:

2 marzo 2011 alle 10:13

Salve a tutti.

qual è la forma corretta di scrittura della parola era, intesa come la più ampia divisione del tempo nella storia? è necessario collocare l’accento sulla vocale tonica (èra) o no?

Grazie!

linguista scrive:

2 marzo 2011 alle 10:25

No, non è necessario, anche perché il sostantivo era e la terza persona singolare dell’imperfetto indicativo del verbo essere sono omografi ed omofoni, cioè non solo si scrivono, ma si pronunciano anche nello stesso modo. Tuttavia, non c’è possibilità di confondere le due parole in un testo scritto e pertanto non è necessario dare indicazione dell’accento.

Francesco Lucioli

ROBERTO scrive:

7 marzo 2013 alle 08:31

Condivido il pensiero di Massimo Arcangeli, allorchè scrive: ....Una lingua è un oggetto in continuo movimento, se decide di prendere con risolutezza una certa strada, se i parlanti scelgono di modificarla in barba alle regole vigenti, nessuno può far niente per mutarne il corso. Ciò è vero, però,a mio avviso, voglio ricordare una regola,da non trascurare e che potrebbe mettere la parola fine al superiore dibattito linguistico sullaccento tonico delle parole piane, di quelle sdrucciole e tronche della nostra madre lingua ossia Vocabula graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur.

Letteralmente: Le parole greche vagano senza legge entro i confini italiani.In base a tale teoria linguistica del XVII secolo, è possibile pronunciare le parole italiane (entro i confini dell'Ausonia) di derivazione greca, senza preferenza per l'accentazione latina o greca (es., tragèdia o tragedìa; anàtema e anatèma; epìteto ed epitèto. Grazie per la vostra cortese attenzione. Roberto prof. Rifici

linguista scrive:

7 marzo 2013 alle 23:42

Osservazione finissima.

Massimo Arcangeli


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