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La forza espressiva dell' anacoluto

Language columnLezioni di italiano
AuthorGiorgio De Rienzo
Date 24 novembre 2003

Posso derogare per una volta sola dal rispetto delle grammatiche scolastiche e tessere l' elogio dell' anacoluto, considerato sempre da maestri e professori un errore grave? La parola, già di per astrusa, viene dal greco anakòlouthos, composto da an- (con valore negativo) e dal tema del verbo akolouthèin (seguire), con il significato quindi di «inconcludente». E allora si ha un anacoluto in un periodo tutte le volte che salta un nesso necessario alla sintassi. Eppure grandi scrittori ne hanno fatto uso, a partire almeno da Machiavelli quando scriveva all' amico Vettori: «Mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e ch' io nacqui per lui». D' accordo, qui Machiavelli scrive una lettera, magari non bada molto a quel che scrive. Ma anche in Manzoni si trova questo errore. «Noi altre monache, ci piace sentire le storie per minuto». Certo qui si vuol dare colore di verità al parlato, aprendo così la strada a Verga e poi a Pavese. E che dire degli straordinari anacoluti di Pinocchio, quando riferisce, in sunto rapido, le proprie straordinarie avventure al buon Geppetto? L' anacoluto ha una sua forza espressiva eccezionale, proprio perché ribalta le carte in tavola. Chi scrive conosce bene le regole e si diverte (o s' impegna) a trasgredirle per raggiungere un fine espressivo forte. Attenti però, ragazzi. I professori (giustamente) sono in agguato: sulle regole non transigono. Dunque voi rispettatele. Farete poi, una volta diplomati o laureati, le vostre capriole linguistiche in libertà. Fate attenzione solo a questo: quando passate da una frase all' altra, badate bene che il «che» e il «ci» (pronomi) non bisticcino con il soggetto a cui fanno capo. Non è difficile, basta ragionare soltanto un po' . Vi eviterete guai per ora e imparerete poi a dare colori anche più forti al vostro stile.

De Rienzo Giorgio


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