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I capricci del «femminile»

Language columnLezioni di italiano
AuthorGiorgio De Rienzo
Date 22 dicembre 2003

La domanda mi viene da una maestra elementare. C' è un «difensore» di alcunché: fosse una donna come si potrebbe dire? È pigra la domanda, perché basterebbe consultare un dizionario o ripassarsi la grammatica. Il femminile di «difensore» non è elegante e tuttavia c' è: «difenditrice». Lo attesta il vocabolario, lo ribadisce la regola per cui i sostantivi che hanno al maschile il suffisso «-ore», al femminile lo mutano in «-trice». Dunque, per regola e tradizione, accanto a un «evasore» abbiamo una possibile «evaditrice». Non suona bene: ma è così. Il femminile dei nomi è diventato ultimamente un problema. La società è in continuo movimento. Le donne lavorano e ricoprono cariche che un tempo sembravano destinate solo agli uomini: dunque che fare? Ci sono realtà ormai consolidate: maestro «maestra»; professore «professoressa», scrittore «scrittrice». Ma professioni come quelle dell' avvocato, giudice e notaio, del preside, vigile e commissario quale forma hanno per il gentil sesso? Qualcuno (maschio) pensa che sia bene conservare il più possibile la stessa forma: il nome proprio femminile oppure il contesto saranno sufficienti a sciogliere ogni dubbio. Così avremo, per esempio, «il ministro dell' Istruzione Letizia Moratti», «il giudice Carla Belli», «il commissario Giulia Corsi», «il sindaco di Verona è una donna». Ma c' è chi (femmina) pensa a una riscrittura totale della lingua: e ormai pian piano, sia pure - per ora - con un senso di forzatura, entrano parole come «ministra», «sindaca», «assessora» e persino «scrittora» e «difensora». Bandite sono forme come «vigilessa» o «filosofessa»: avrebbero una venatura caricaturale, si dice, che nessuno riconosce invece allo stabilizzato «professoressa». Capricci della lingua che nessuna regola, ma soltanto l' uso vincente potrà normalizzare.

De Rienzo Giorgio


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