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Il mistero dei plurali «composti»

Language columnLezioni di italiano
AuthorGiorgio De Rienzo
Date 12 gennaio 2004

Qualche volta ci si chiede perché la nostra lingua sia complicata. Prendete i nomi composti e metteteli al plurale. Se c' è una regola salta fuori subito un' eccezione. Un nome può essere formato da due sostantivi. Se il genere è uguale, si fa plurale solo il secondo (arcobaleno arcobaleni, madrelingua madrelingue), se è diverso si fa plurale solo il primo: pescespada diventa pescispada. Ma perché mai, per non fare che un solo esempio, «crocevia» rimane invariato? Altra composizione, altro giro. Un nome può essere composto da un sostantivo e un aggettivo. Diventano plurali tutti e due (cassaforte casseforti) o solo l' aggettivo se il nome è plurale già per conto proprio: un pettirosso, due pettirossi. Ma quando s' inverte la composizione e l' aggettivo precede il nome, il gioco si fa più sofisticato. Nei sostantivi maschili diventa plurale solo il nome (francobollo francobolli), in quelli femminili variano tutti e due: difatti abbiamo una mezzaluna e tante mezzelune. Ma perché palcoscenico palcoscenici? Perché pellerossa o purosangue restano invariati? Misteri della lingua, che ci costringono a consultare sempre il dizionario per prudenza. Il bello viene se a comporre una parola c' è il nome «capo», il quale può significare «il capo di» (capostazione è il capo della stazione) oppure «principale» (capolavoro è il lavoro principale). Dunque nel secondo caso, «capo» rimane fisso: capogiro capogiri, capocuoca capocuoche. Nel primo caso prevale il maschilismo dell' Italiano. «Capo» diventa plurale solo se il nome composto è maschile, se è femminile resta tale e quale. E allora abbiamo i capiclasse ma le capoclasse, i capifamiglia e i capiufficio, ma le capofamiglia e le capoufficio. Le donne strepiteranno. Hanno ragione, ma la regola non cambia: e questa volta non ci sono eccezioni.

De Rienzo Giorgio


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