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Fra sua figlia e me ci è convenienza di umori

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 31 ottobre 1953
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column6-8

un modo che starebbe bene in bocca a un giovane - Ma oggi le dichiarazioni si fanno lontano dai padri, e molte volte si saltano - La doppia zeta prima della desinenza - Il forestierismo, piccola calamità

«Tal pera mangia il padre, che al figliuolo allega i denti», dice per bocca del Lasca, Geremia; e la sentenza riesce vera anche nelle cose della lingua, dove i peccati commessi da una generazione sogliono ricadere sulla successiva. Non parve ai nostri vecchi di far male ricevendo il forestierismo réclame: male sarebbe stato; se fornicando coll´Uso, com´è costume dei suoi simili, la réclame non avesse messo al mondo quei due mostriciattoli che sono i nostri reclamista e reclamizzare. I quali come vide che potevano camminare da , la réclame disparve o quasi, lasciando il luogo suo a pubblicità; dei molti termini invocati dai puristi a sostituirla, unico che ha veramente attaccato.

Infatti il dantesco richiamo fu giudicato più adatto a uccelli che uomini (anche se qui riguardati, nella maggioranza dei casi, come «polli»); strombazzata e stamburata, spregiativi (e invero un´agenzia di strombazzatura, una campagna stamburatoia, quand´anche il concetto sia quello, oggi suonerebbero strani); grido e chiasso, divulgazione e propaganda, eccessivi e scarsi, forti troppo e sbiaditi al tempo stesso. Il Rigutini proponeva soffietto, che è soltanto una particella di quello che oggi intende per pubblicità; lo scusa che ai suoi tempi la réclame incominciava appena a vagire dalle gazzette.

Reclamista è voce che si condanna da . Avendo tempo, diremo invece: «abile e procacciante a dar grido a o a cose a lui care»; una di quelle perifrasi lunghette che spengono insulto e però tornano in salute dell´anima. Reclamizzare, oltre ad avere quella barbara radice, cade sotto la condanna di quasi tutte le voci che hanno la doppi zeta prima della desinenza, zanzaroni di palude contro cui non si sarà mai abbastanza vigilanti. Purtroppo le scienze astratte, la politica, industria, e soprattutto umana pigrizia, ne introducono continuamente di nuove; che il «flit» non basta più.

è detto quasi tutte, perché ve ha di buone, che orecchio e il dizionario aiutano a conoscere. Tali martirizzare (che pur avrebbe contro martoriare) e scandalizzare, i quali si ritrovano nientemeno che nel Cavalca, la pupilla dei linguisti. E prodigalizzare ci il senso cattivo di prodigare, che ha sempre buono. Ammessi, sebbene a denti un po´ stretti, sono pure capitalizzare, autorizzare, formalizzarsi, indennizzare. Ma queste e altre poche voci con due zeta, la Crusca le ha controstomaco autenticate; legalizzate, non le avrebbe mai. E lasciamo la Crusca, ma il semplice buon gusto deve rifiutare economizzare, per risparmiare; individualizzare, per individuare; tranquillizzare, per tranquillare; neutralizzare, per rendere inefficace, inoperoso, o anche distruggere; vaporizzare, per evaporare o suffumicare; valorizzare, per avvalorare, e, non molte, ma moltissime altre; volere nemmeno cominciare a discutere con monopolizzare, solennizzare, acutizzare, semplicizzare, facoltizzare, e altrettali aborti.

Circa familiarizzare e simpatizzare, uso moderno li ha così fortemente adunghiati, che li lasceremo stare; ma non è però che non si possa dire, e meglio: prendere dimestichezza, e avere simpatia con uno o riuscire simpatico. Quando amore è ancora in aria, ma la simpatia certa, come starebbe bene in bocca a giovane il modo rigutiniano: «Fra sua figlia e me, ci è convenienza di umori»! Chi non lo vorrebbe per genero? Ma oggi le dichiarazioni si fanno senza guardarle, a precipizio, lontano dai padri; e molte volte anche si saltano.

Réclame si fu chi propose, per minor male, di scriverla réclam come si pronuncia, ma questi camuffamenti sono da evitare. Il forestierismo è una piccola calamità che, quando non se ne può far di meno, bisogna accettare com´è, rispettandone ortografia e, fin dove si può per le nostre gole, la pronunzia. E non imitare esempio dei Francesi che piegano al loro verso tutto quello che possono, e pur scrivendo Faust dicono Fost; Tolstoi, Tolstuà; Pampanini, Pampanini. Ci fu un tempo che da noi si adattavano all´italiana molti nomi stranieri, comuni e proprii: fiacchere, ferribotto, tramme, gasse ecc.; e Valdistano, Rablè, Cromuello, Cambragio (Cambray), Chiarentone (Charenton) ecc. Oggi è ritrovato il giudizio, e ortografia del nome straniero è quasi sempre rispettata. Ma fanno male, esagerano ospitalità, coloro che ne traggono il plurale e scrivono: films, bars, gangsters, sports, clubs e così via. Sia il forestierismo ricevuto, ma sempre bloccato nell´anticamera del singolare.

Molti dispiaceri, guardando all´Uso, incontra chi occupa di cose di lingua: ma poi una consolazione li ripaga tutti. Toccammo una volta di tra e fra e della loro sottilissima differenza. Or ecco una lettera, dotta quanto cortese, di un giovane, che sullo stesso argomento era fermato molto prima, più a lungo e con maggior frutto di noi; tanto da averne ricavato un saggio che non gli è però mai stato possibile collocare (e glie lo crediamo) presso nessun editore. Capace di tenere garbatamente testa a un Tommaseo, egli vede tra le due particelle, un´altra e più sostanziale differenza.

Fra ha per lui valore associativo e temporale: mi trovo fra amici, verrò fra un´ora; tra, valore disgiuntivo, esclusivo, di contrapposizione: tra voi e noi è cattivo sangue, bisogna scegliere tra uno e altro. E altro aggiunge di troppo sottile da doverlo riportare qui. Basti che dove il Dalmata era trascorso un po´ leggermente, questo giovane rifinisce e compie; e che per lui prende finalmente forma precisa e incommutabile, un noto adagio popolare dove per innanzi quelle due particelle facevano alternatamente il comodo loro: «Tra (e non fra!) moglie e marito, non mettere il dito».

Lo ringraziamo anche a nome dei lettori coniugati, augurandogli di potere star saldo, contro la malignità dei tempi, in questi suoi studi. Egli certo non frequenterà le «cave di jazz-hot» e tanto meno ne userà il linguaggio. Di cosa che piace e diverte molto, assaissimo, non dirà che piace o diverte da matti, o un pozzo, o un sacco. Nel linguaggio oggi, iperbolico, demenziale, i sacchi si sprecano, senza badare che la parola sacco ha due plurali ben distinti: sacchi e sacca, e che usa il primo termine quando sono vuoti, il secondo quando sono pieni: dieci sacchi da (misura, non quantità) farina; cento sacca di grano. Quindi è che parlando per metafora di sacchi di guai, di noie, di volte e simili, i contemporanei non esprimono necessariamente, a rigore di lessico, quell´idea di abbondanza che vorrebbero.

Leo Pestelli


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