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Paroline languenti in ceppi

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 30 giugno 1954

Il povero «mica», sono molti che lo hanno sulla corna, eppure affatto inutile non è - «Zonzo» e «ufo» stridono Il Tommaseo sentiva nella prima voce il volo di zanzare e vespe e Panzini propose il verbo «zonzare»

Questo mica che è? domanda il lettore torinese Marco B., invocando tra le righe lo spazzaturaio per questa paroletta, a suo avviso, inutile e brutta. Povero mica; sono molti che hanno sulla corna: eppure si trova ab antiquo nel nostro idioma, e affatto inutile non è. Dal latino mica (briciola, grano), viene a dire piccolissima particella di checchessia, e nel linguaggio famigliare fa da particella riempitiva che aggiunge efficacia alla negazione. Dire dietro a una donna: «non è bella»; e dire «non è mica bella», sostanzialmente è la stessa cosa, piacere non le fate; eppure chi scrive queste note, avendo voluto andare a fondo, ha interrogato dieci signore, otto delle quali (le rimanenti due hanno respinto il quesito in blocco), istinto, senza pensarci troppo, hanno concordemente dichiarato la prima forma riuscire loro un tantinello meno odiosa della seconda. E questo sta a provare che avverbio mica, non fosse che per il peso rafforzativo di un capello, non ci è per inutile nel nostro parla

Il grammatico lo ha sempre rispettato, e in misura ragionevole anche lo raccomanda; sempre però che si accompagni col non e non presuma di negare da solo, come nelle forme dialettali e specialmente lombarde: mica lo so; mica ho detto, e usitatissimo mica male (fr. pas mal); nei quali casi codesto avverbio, perdendo la sua prima qualità, che è la modestia, anche perde il suo posticino al sole, nella lingua italiana.

Mica è affine a punto, un´altro avverbio di negazione che molti non vedono di buon occhio. Non però i Toscani, i quali non solamente usano come avverbio (e talvolta, con buona pace del Rigutini, anche senza il non, come nelle forme elittiche o proverbiali; a me punto; punto è troppo poco e sim.), ma come aggettivo (non ho punta fame; paga paga, è restato senza punti, sott. quattrini); da che quel famoso, stringatissimo dialogo tra compratore e venditore di chiodi: «Punte punte! - Punte»; e la non meno famosa barzelletta di quel settentrionale di poca memoria che volendolo riportare agli amici, lo fece così: «Bullette bullette! - Bullette», riscuotendo un mediocrissimo successo.

Ma tra le parole il cui uso è rigorosamente condizionato da regole precise, due ce ne sono che pur risonando assai famigliari all´orecchio, stridono sotto così duri patti da aver quasi perso dignità di parola; bloccate in modi avverbiali come festuche nel ghiaccio, non conoscono la gioia dell´articolo, ma sempre e soltanto umiliazione della preposizione a. Son esse zonzo e ufo, imbalsamate nelle forme a zonzo e a ufo.

Sulla prima di fermò con curiosità caritatevole Alfredo Panzini, cercandone anzitutto etimologia. La meno incerta sembra sia quella già accennata dal Tommaseo, secondo cui questa voce verrebbe dal ronzio che zanzare, vespe, pecchie e simili, fanno nel volare da un luogo all´altro. Un esempio del Segneri, dove si parla di «api che vanno a zonzo» conforta a credere che la formazione di questa voce sia onomatopeica. Al Panzini piaceva, e tra il serio e il faceto, propose il verbo zonzare, e come bel titolo per libro da ragazzi, Zonzolino. Ma l´uso non li ha raccolti, e la servitù di zonzo, nell´unica forma «a zonzo», continua crudele.

In quanto a ufo, mummificato nel modo «a ufo», che vale a macca, senza spese, è chi lo fa derivare dall´interiezione uf! con cui si suole esprimere la noia e lo sforzo, ma anche il senso di liberazione che segue a una fatica. Sarà e non sarà: «etimologia è assai spesso, diceva il Croce, scienza più incerta della meteorologia».

Ma a noi qui importava soltanto ricordare la lagrimevole sorte di due paroline languenti in ceppi, che quasi tutti pronunziamo con beata indifferenza; anzi, le più volte, con intonazione giocosa.

Leo Pestelli


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