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Il dizionario delle parolacce

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 23 gennaio 1954

una vendetta della morale che le male parole siano, generalmente, anche parole male applicate: che la proprietà, con la sua forza dirompente, ci venga a mancare proprio nel linguaggio assalto e offesa. Eppure la nostra lingua è sulle altre ricchissima di voci infami, come si comprende, in una sola occhiata, da una «curiosità linguistica apparsa or ora: una Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze, compilata da Ugo Nanni e stampata dall´editore Ceschina.

autore non è un uomo di gabinetto che abbia lavorato soltanto sui libri. sboccato nella lessicografia dopo anni di viaggi, mestieri, avventure, esperienze disparatissime; lungo i quali, stando in orecchi, ha raccolto più moccoli e imprecazioni che non ha capelli in capo. In un spiritosa quanto dotta introduzione, il Nanni ragione delle origini e degli intendimenti dell´opera sua. La mossa gli venne dall´esempio di un ignoto collezionista americano «di ingiurie originali e possibilmente autografe», che frequentando assiduamente gli studi di Hollywood, era proposto di raccogliere in volume le parolacce che ci sentiva. Erano gli anni in cui sfolgorava astro di Bette Davis, dalla cui bocca, quando le toccava a ripetere una scena, usciva tale una corona «imprecazioni, di vituperii, e di bestemmie originali e potenti, da far impallidire persino Zaim, uno dei peggiori dittatori della Siria, noto a quei tempi come bevitore di arak, amatore di piccioni vivi e di avversari morti, e coniatore impareggiabile di insolenze scurrili, schifose e repellenti».

La materia è distribuita in cinque parti. Nella prima si discorre dei «Titoli» in generale, delle Ingiurie animalesche e della loro classificazione. Nella seconda, dell´Esclamazione, dell´Imprecazione, della Bestemmia e dell´Ingiuria. Nella terza, trovano posto considerazioni sulla Filosofia dell´Ingiuria, la Fisiologia dell´Insulto verbale, la Psicologia dell´Ingiuria scritta e la Poesia dell´Ingiuria. E finalmente la quarta tratta dell´Ingiuria in Parlamento, dell´Ingiuria oscena, dell´Ingiuria e gli autisti, dell´Ingiuria sui campi di foot-ball e di quella davanti alla Legge. Segue il dizionario delle voci; così delle peregrine come delle comuni; delle arcaiche, delle moderne e delle novissime. Non scappa niente a questo intrepido studioso del turpiloquio; e la sua opera, ricca di citazioni e esempi, è tanto originale nel contenuto (mancava, infatti, fra i tanti dizionarii speciali, quello delle parolacce) quanto per la forma, briosa e dotta.

IL juventino o LO juventino? La lingua antica indulgeva più non faccia la moderna all ´uso promiscuo degli articoli il e lo (pl. i e gli): aveva, per bocca di Dante: lo giorno, lo passo, lo duca. Oggi, fatta eccezione per le forme «per lo più», «per lo meno» e la meno viva «per lo meglio», dove resta qualche traccia di quella promiscuità, uso grammaticale ha per fermo che si debba usare lo e gli soltanto nei seguenti casi: dinnanzi a parole che cominciano per vocale; (l´uovo, gli attori); dinnanzi a quelle che cominciano con la cosidetta s impura, cioè s seguita da consonante (lo strascico, gli scudi), o con z (sia sorda sia sonora), gn, ps e x (lo zio, lo gnocco, lo psicologo, lo xilografo); e finalmente dinnanzi a quelle parole che aprono col suono speciale dell´i detto semiconsonantico (da taluni distinto, ma senza necessità, dall´i comune vocalico, col segno j): lo iato, lo Ionio, lo iuguslavo; nella quale categoria è da mettere anche la parola di cui si tratta: onde diremo correttamente: lo juventino, gli juventini.

Un´altra cagione di perplessità è la grafia della prima persona plurale dell´indicativo presente: iamo, quando sia preceduta da gn (nasale palatale). Per parlar chiaro: sogniamo o sognamo? la desinenza della prima persona plurale dell´indicativo presente è iamo; e come da cantare e ballare si fa cantiamo e balliamo, così dalla radicale di sognare si deve avere sogniamo. esitazione dello scrivente è giustificata dal fatto che in questo caso il gruppo gn viene ad assorbire, nella pronunzia, la i della desinenza iamo; il che non toglie, afferma un filologo, che la correttezza grafica e la coerenza morfologica impongano il mantenimento di questa i. Per contro scriveremo sognato e gnano senza i, perchè questa non compare nella desinenza, che è rispettivamente ato e ano.

SPINGERE, per togliersi il trucco, da noi proposto per ischerzo, non piace a una lettrice che lo giudica equivoco. Ma equivoco è anche svitare, come contrario di invitare, usato dal Sacchetti e registrato del Petrocchi: ieri invitai e oggi vi svito. rapido, e non è detto che non potrebbe ancora servire in casi di dispacci urgenti «Svitola, è tronato mio marito».

Leo Pestelli


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