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Il «babàu» non atterrisce più

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 22 maggio 1954

Strane storie di parole - «Le furie, le versiere, i befanoni, orco e il bau»

Si domanda da una lettrice, che certo è mamma, donde venga la parola babàu. Di solito queste curiosità si hanno quando le parole incominciano a suonare strane e non ci rendono più il servizio una volta. Si può infatti osservare che i bambini oggi, anche piccolissimi, quando sentono nominare il babàu, non si spaventano neanche la metà di quel che facevamo noi e i nostri babbi. E come ciò possa essere, che un bambino nasca col callo fatto a certe parole, è un mistero; e non rimane che pigliarsela con éra atomica.

Ad ogni modo quell´etimologia è facile, sebbene non certa. Dalla voce onomatopeica bau! bau!, per abbaiare, si sarebbe fatto, per comodo delle famiglie, il sostantivo indeclinabile babàu, spiegato dai moderni vocabolaristi come «mostro immaginario per spaurire i bambini». Ma al tempo della sua maggior fortuna, nell´uso materno, questa parola veniva talvolta presa anche a significare uomo di carne e ossa che il bambino non doveva dire al babbo di aver visto per casa o a passeggio: estensione illecita che avrà contribuito alla sua odierna snervatezza. Coi bambini più tetragoni al babau, si potrebbe provare il semplice bau, ospitato dal Tommaseo come «voce usata per far paura ai bambini, quasi significhi una cosa terribile». Se ne hanno buoni esempi e tra gli altri questo del Panciatichi: «Le furie, le versiere, i befanoni, orco e il bau».

Più fortunata invece la parola che designa il babàu delle persone adulte: incubo. Per il materialista l´incubo, massime il notturno, è effetto di ripienezza di stomaco; più poeticamente gli Antichi fecero degli Incubi rustiche divinità, una specie di Genii, cui si attribuiva dalla superstizione popolare il potere di opprimere, col loro peso, di nottetempo, i dormienti, spaventandoli. E perchè non annoiassero e avessero con chi ruzzare, li mandarono accompagnati dai Sùccubi demoni, fantasmi anche questi, ma di genere femminile. Le rispettive positure degli Incubi e dei Succubi erano indicate nei prefissi in (sopra) e sub (sotto); e del resto, anche senza prefissi, si potevano facilmente immaginare.

invenzioncella ha avuto fortuna, e scivolando dall´erotico, incubo è venuto a dire allucinazione terrifica, e poi pensiero ossessionante (il francese cauchemar) e finalmente, presso i moderni stazzonatori di vocaboli, si è indebolito fino a significare ogni persona o cosa tenacemente fastidiosa, e anche una mosca si può sentir dire che è un incubo; e di un libro noioso e un conto da pagare.

Di carattere grafico è invece la disavventura toccata al singolare dei Succubi. Si era cominciato bene: sùccubo, nome maschile per indicare persona ambo i sessi interamente sottomessa a un´altra. Poi, sembrando strano dire: la signora Tal dei Tali è sùccubo del marito, si preferì trattare quel sostantivo come un aggettivo, e di quella stessa signora si fece una sùccuba.

Intanto quella parola diventava ogni giorno più utile, in questo mondo per metà abitato da prepotenti; e per spicciarne uso, a evitare la noia di distinguere il sesso, si coniò, da chi la prima volta non si sa, un invariabile sùccube, ugualmente buono per il marito e per la moglie, per il genero e la nuora. Oggi sùccube trionfa tutto solo, ma sia ben chiaro che è una forma piovutaci dalla luna, a cui grammatici e lessicografi negano il placet.

Vero è che di questo si può far senza; troppe altre parole, che non saprebbero dar conto di , corrono felicemente Italia. Un altro lettore, ing. F. M., incoraggiato dall´esempio del vecchio Rigutini rimbrottante il municipio della sua Firenze a proposito del pavimentare (vedi nostra noterella del giorno 8 e del corrente mese), ci ricorda che altri e più moderni municipii sogliono far buono, anche in documenti ufficiali, il termine, balaustra, nel significato di parapetto o ringhiera ornata o sostenuta da balaustri, ossia in quello di balaustrata. Balaustra (o balausta), è propriamente il fiore del melagrano (da cui balaustro, colonnetta lavorata in quella forma), e pertanto, in edilizia, non sufficiente garanzia di solidità. Balaustra per balaustrata non ha che un esempio nel poco aureo Algarotti, ed è della stessa farina di bonifica (bonificamento), qualifica (qualificazione), rettifica (rettificazione) e altre simili parole mutilate.

Leo Pestelli


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