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La sciarpa di Miss Italia

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 15 settembre 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-5

Il dittongo mobile grosso pensiero di salute grammaticale - La debolezza di un filologo: alla voce «uomo» non si fece trovare in casa - Un colpevole silenzio

La medicina ha il rene, la grammatica il «dittongo mobile»: un grosso pensiero per coloro a cui preme di conservarsi linguisticamente in gamba. Il fatto, assai noto, è questo: alcuni verbi recano in alcune forme un dittongo e ; dittongo che in altre forme scompare riducendosi alle semplici vocali e e o. è una regola che su questo punto faccia lume a chi parla e scrive? è; e non potrebbe essere più chiara.

Si conserva il dittongo, quando le forme sono accentate sulla radice; si scempia, quando accento viene a cadere sulla desinenza. Quindi giuòco e giocàva; cuòcere e cocèva; sièdono e sediàmo, e via discorrendo. Lo stesso per i sostantivi e gli aggettivi: scuòla e scolàro; cièlo e celèste; buòno e bonàrio. I guai, secondo il solito, vengono dalle molte eccezioni stabilite dall´uso, o sotto la spinta potentissima dell´analogia, per quella tendenza a semplificare le cose che è propria ogni lingua e che gli scolari non rifinano di benedire; o ad evitare possibili confusioni fra voci di origine e significato diverso. Così, in barba alla regola detta di sopra, accanto al regolare sonàre va oggi sempre più risonando analogico suonare; giuocare prevale sul giocare; e per suggestione delle forme corrette lièvito, risièdere, allièto, miètere, ancora trionfa il dittongo in lievitare, risiedeva, allietava e mieteva. Affatto scomparso è poi metete per mietete, e in via di scomparire risedette per risiedette. Più ragionevole è che si dittonghi nuotare in tutte le forme, per non confonderlo con notare, prender nota; e che lo stesso si faccia con vuotare per distinguerlo da votare, dare il voro. Anche nei sostantivi e negli aggettivi quella povera regola è spesso tamquam non esset nell´uso dei più: fenile, dopo il Manzoni, nessuno più adopera per fienile; diecina ha sotterrato decina; tiepidezza, tepidezza. E a scrivere, come secondo giustizia va fatto, novissimo, è da essere torsolati dal sempre vigilanti campioni dell´antitoscanesimo.

Perchè la questione del dittongo fu forse quella che fece più invelenire la famosa polemica manzoniana intorno alla lingua. Ai piedi del nume che forse avrà pensato: «Figliòli, non esageriamo!», Antiusiti e Usiti se le sonarono di santa ragione. Capeggiava i primi, il fervente manzoniano e seguace dell´uso, fiorentino Policarpo Petrocchi, la cui antipatia per il dittongo (al quale peraltro riconosceva diritti storici) è oggi cagione che il suo eccellente Dizionario, dei più nutritivi che si abbiano, sia da molti fastidito. Perchè sulle forme figliuolo, giuoco, tuono e simili, date per «non comuni», il filologo di Cireglio inalbera figliòlo, giòco e tòno; e tanta fu la sua affezione al monottongo (la debolezza di questo grand´uomo) che quando sotto la lettera U arrivò appunto alla voce Uomo, non si fece trovare in casa: «Uomo, vedi Omo».

In una lunga nota in calce all´introduzione del Dizionario, la quale ha lo spicco violento una barricata, il buon Petrocchi rovescia poi in capo agli avversarii un diluvio di argomenti e di esempii in favore della sua tesi; il confonde e morde spiritosamente, e insomma si fa dare tutte le ragioni meno ultima, cioè che gli Italiani non di Firenze se la sentissero di dire e scrivere còco e dòmo.

Del resto uso moderno, pur così tenero verso il dittongo, in qualche punto gli resiste anch´esso o addirittura lo rifiuta. Cuopre e ricuopre stanno in bocca a pochi e non senza sospetto affettazione; piòlo e tòrlo, come più spediti, vanno innanzi a piuolo e tuorlo; e quasi sempre il suffisso -iuolo (un trittongo) lascia cadere u: armaiolo, campagnola, tovagliolo. Magre quanto si vuole, saranno pur queste consolazioni per ombra di Policarpo.

Dicevamo che il «dittongo mobile» sta in pensiero a molti: più un lettore ci ha invitato a trattare argomento. Non così un altro punto di grammatica, sopra cui pesa un colpevole silenzio: il complemento di circostanza. Della cospicua famiglia dei complementi, è uno dei minori: ma non perciò vuol essere strapazzato come facciamo. Il complemento di circostanza, anche quando sia significato per mezzo una locuzione assoluta articolata, dev´essere in lingua italiana preceduto dalla preposizione con: in lingua italiana, giacchè chi parla e scrive una traduzione dal francese la può saltare benissimo. Non dunque: «Miss Italia, la sciarpa intorno al collo, sorride», ma «con la sciarpa ecc.». Così il Pellico, che pur scriveva italianamente bene (almeno per i tempi nostri), è ripreso dai grammatici quando in un luogo del suo capolavoro si fa trovare «ritto sul finestrone, le braccia tra le sbarre, le mani incrocicchiate», avendo lasciato sul pancaccio due necessarissimi con. Lodano invece gli stessi grammatici insensato «uomo nudo, con le mani in tasca».

Giacchè il purus grammaticus non bada al senso, e come osservava Benedetto Croce, niente trova da dire sulla proposizione: «questa tavola rotonda è quadrata», la quale per lui sta benissimo. Perciò il professore Alessandro Cutolo, di cui non sapremmo che cosa più ammirare, se lo spirito o la dottrina con cui settimanalmente risponde alle spesso sciocche domande dei telespettatori, quando altra sera, richiesto se si dovesse dire «le due e mezzo» oppure «le due e mezza», si dichiarava per la seconda forma, come quella che gli riusciva più logica (due ore e mezza ora), pare a noi che ragionasse più che non si appartiene a un grammatico.

Valga la somma autorità del Fornaciavi: «Per indicare dopo una quantità intera una metà della quantità stessa, si adopera aggettivo mezzo in senso neutro e senza articolo: un anno e mezzo, un´ora e mezzo, due giorni e mezzo».

Leo Pestelli


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