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Parole che non sono più

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 13 novembre 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column7-9

Anche con i vocaboli la Morte non ha riguardo, ove coglie coglie - Ne abbiamo visti sparire all´improvviso, ed erano belli, utili, calzanti, scoppianti di salute

Novembre ci fa pensare alle parole che non sono più. Chi le potrebbe contare? Perchè quelle che risposano nei vocabolari, o contrassegnate da una crocellina (Tommaseo) o murate e piè di pagina (Petrocchi), non sono che una parte, sempre rinnovata, di esse; avvenendo come nei cimiteri, dove le salme o più ragguardevoli o più fresche, sospingono via via le altre nella fossa comune. (Onde i vocabolaristi moderni, spaventati dalla tanta ressa di nuove parole morte, hanno ridotto al minimo e quasi a niente cotesti sepolcreti).

Le parole vanno a mancare o per vecchiaia o per accidente. Ma nessun dica, anche se con motivi filologicamente fondati: la tal parola farà questa fine e la tale quest´altra; perchè sono pronostici falsissimi. Siccome fa con gli uomini, la Morte nelle parole senza verun rispetto al merito, all´età, al sesso o ad altro che incuta riguardo; ma dove coglie, coglie. O non vedemmo vocaboli, di suono e senso limpidissimi, belli calzanti ed utili, scoppianti in vista di salute, capifamiglia, morire in poco ora? Non ne vediamo altri, vere calie, senza babbo mamma, sfidati dai grammatici, che da più di un secolo tirano avanti allegramente?

Non vogliamo bensì affermare che tra le infinite parole che Uso è venuto ammazzando, qualcuna, anzi, parecchie, non lo meritassero: o perchè troppo lunghe o perchè di difficile pronunzia o perchè subissate dai sinonimi p per altro; ma soltanto ricordare che molti innocenti (e ne basterebbe uno a scuotere la nostra fede nella giustizia della lingua) andarono e vanno confusi in quella strage.

Così, ci par giusto che parole significanti cosa che non è più, come Cervelliera, Buccina, Bracciere e tante altre, se ne sian dovute andare; verseremo un lagrima per gli arcaismi Sezzaio (ultimo), Otta (ora), il rustico Uguanno (quest´anno) e simili, e molto meno per il recentemente scomparso modo avverbiale Aver dicatti. Un dicatti (potersi ritener fortunati: se gli daranno da mangiare, avrà dicatti!), il quale, ancora registrato vivo dal Tommaseo e dal Petrocchi, non si lascia trovare nel Palazzi nemmeno come fossile: tanto, anche fra le parole, i morti vanno lesti.

Ma qualcosa si potrebbe cominciare a dire, specie rispetto all´utile telegrafico, sulla perdita di antiche parole come Mògliema (mia moglie), Fratelmo (mio fratello), Figliemo (mio figlio), Càsata (la tua casa) e simili; molte delle quali il Annunzio, con la compassione che aveva per le parole morte risuscitò, galvanicamente, per un attimo. E forse più da compiangere ancora è Moglièra (o Moglière), che meglio di Moglie ci par faccia sentire il peso, lo strascico della cosa.

Ma a noi sta sul cuore che si sia perso Sitire (aver sete), il quale per rapidità e chiarezza, oltrecchè per la popolarità della cosa significata, era un verbo da conservare. (Sitisco! e tanto oste quanto il «barman» forse si spiccerebbe di più). Che siano andati a male: Soro, nel suo secondo significato di Semplice, Inesperto (una sfumatura meno di Sciocco); il dantesco Piorno (pregno acqua), ripreso dal Carducci in Piovorno; il neutro assoluto Forsennare (vaneggiare, delirare, freneticare) col derivato Forsenneria; astratto Fantastica (facoltà apprendere per fantasmi); il signorile Pranso (sazio), il nobile Arcipresso (cipresso), dove il prefisso Ar (arbore) voleva rendere onore all´altezza e bellezza di quell´albero; e per finirla, giacchè sentiamo un nodo alla gola, utilissimo, insostituibile Scotitoio (zeticino o vaso bucherato, nel quale si mette insalata per iscuotersi dall´acqua).

Continuando a giustificare, mentre si può, la morte o oblio delle voci, si potrebbe dire che molte periscono perchè troppo ben trovate e ingegnose, come Verdicente (che dice il vero) e Terricurvo (curvo a terra), dello stile eletto, e Sfattottumare (da fac totum), Spertempare (perder tempo), Slazzerare (da Lazare, veni foras, cavare, metter fuori), Addoparsi (mettersi, venir dopo), Sperpetua (corruzione del Lux perpetua, disdetta, disgrazia grande), Andare a babboriveggoli (morire) e altre, dello stil famigliare; le quali non si può negare che in tanta efficacia abbiano dello studiato e sappian di lucerna.

La famiglia dei colori, specialmente presa di mira, piange la scomparsa di Gridellino (color lillà), Falbo (giallo scuro), Lionato (il colore del leone), e Tanè (lionato scuro). Assillo figurato (pensiero molesto) ringrazia quanti si volessero ricordare del suo compianto fratello maggiore. Assillo insetto; mentre il defunto aggettivo Spericolato (che trova sempre e per tutto pericoli) chiede opera di bene che nessuno lo voglia più esumare coll´altro e opposto senso di Arrischiato.

Perchè, più del morire o del cadere in disuso, è doloroso per la parola il dover sopravvivere con altra faccia che la sua. Così Lattoniere, che nella nostra lingua era sempre stato per Colui che dispensa Latte o Lattoni (colpi dati sul cappello duro a mano aperta), scomparsi o quasi i cappelli duri, era quasi scomparso anche lui; quando per la vaghezza del suono lo richiamarono indietro a fargli significare Artefice che fa lavori di latta o di stagno, cioè lo Stagnaio, come in lingua si dice. Del resto le voci arti e mestieri, come quelle che toccano uomo nella vanità, vanno più soggette di ogni altra agli sgambetti. Non si vede il Fumista cominciare a essere minacciato dal Termotecnico? e il Veterinario dallo Zooiatra?

Leo Pestelli


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