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Giornalismo e giornalisti proprio come i cani in chiesa

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 7 agosto 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-4

Cominciò il Rigutini a non menarci buono neppure il nome.

«Giornalismo, Giornalista, Giornalaio. Sono tre neologismi, i primi due presi dal francese, il terzo coniato dal popolo. Giornalismo può voler dire la professione di scrivere per giornali, come (ah Giuseppe!): Fu schiacciato alla licenza ginnasiale e si dette al giornalismo; oppure, tutti insieme i giornali: il giornalismo inglese, francese ecc., nel qual senso potrebbesi più schiettamente dire: i Giornali. In quanto a Giornalista è necessario accettarlo per colui che suole scrivere nei giornali» continua con la malavoglia che sentite, il filologo toscano; per concludere che sull´autorità dell´uso, tutt´e tre quelle voci passarono a scapaccione nel nuovo Vocabolario della Crusca.

Ricevuti così di traverso, come cani in chiesa, divenimmo poi utilissima materia alle esercitazioni dei puristi, i quali cogliendoci in fallo si può dire a ogni parola, ci venivano addosso sdegnosi, mordaci, spiritosi e divertenti, affatto fuori della loro natura e costume. La terra sia leggera a quei nostri progenitori che primi si esposero agli attacchi dei linguaioli e crudelmente passati per grammatica, per sintassi e persino per ortografia, fatti in quarti ogni mattina (per solito al caffè, tra amici e discepoli), avuti per i principali corruttori, subito dopo i traduttori, del patrio sermone, quando non riconosciuti ironicamente in possesso una loro lingua particolare, detta appunto «giornalistica», nella cui spumante mistura di francese, di inglese, di neozelandese e fin di papuasico, soltanto italiano non compariva mai, nulla rispondendo, tutto sopportando, pigliano onorevole posto nel martirologio di coloro che patirono personalmente per la lingua, propiziandone quello studio spicciolato e divagante che è anche di tutti il più utile e dilettevole.

Ed ecco il ricordato Rigutini, ecco il Fanfani e Arlia, ecco Zanobi Bicchierai e infiniti altri che menarono duramente il flagello su quotidiani e periodici: personaggi che i giornali si davan aria di guardarli appena di schifo, ma che in effetto li succiavano, fors´anche prima della mattinale abluzione dantesca, con la stessa avidità delle donnicciole, salvo che il loro interesse era meramente formale. La loro pignoleria cacciava punte così acute, che qualcuna di esse può ancora scalfire il giornalismo moderno, pur di tanto linguisticamente migliorato rispetto al vecchio che non solo ci vanno militando tutti o quasi i migliori scrittori, ma molti linguisti stessi ci tengono ambulatorio e dispensario. Per modo che il giornale è oggi in condizioni di leccarsi le ferite da , e somiglia alla mitica lancia che faceva il male e lo sanava.

Quei vecchi linguai ci potrebbero ancora rimproverare abuso della voce paese, tanto fortunata che si sostiene nell´uso anche senza la doverosa iniziale maiuscola, e tanto temeraria da dare nei più strani cozzi (le città del paese). Per essa abbiamo dimenticato che parole quali Nazione, Stato, Popolo, Patria e simili, sono pure nella nostra lingua con gli stessi e speso maggiori diritti di paese. Dove si parla politico-amministrativo, Nazione e Stato cadono più proprie; trattandosi di accoglienze, Popolo e Popolazione fanno meglio sentire entusiasmo. In quanto a Patria, il cattivo uso che ne ha fatto certa politica, ha resa sospetta. Ad ogni modo amor di Patria, sarà meglio detto di amor del paese, che è un altro e più circoscritto amore.

E ancora ci potrebbero rimproverare intervista, barbarismo inutile per Abboccamento, Colloquio, Incontro; dove la voce Vista perde il suo significato proprio e prende quello di Parlare, Discorrere; e asinismo, come dice Arlia, intervistare, verbo dedotto, «in modo ridicolo e contrario all´analogia di nostra lingua», dal nome Vista.

Viene poi lo scambio, nel quale perfidiamo, di dédalo con laberinto; per cui figuratamente chiamiamo dèdalo (che à il nome del leggendario architetto) quel che invece è da dire laberinto (edifizio costruito da dalo), intendono un imbroglio, un intrigo, una cosa avviluppata che nulla ci si raccapezza; il quale scambio (un dalo di romanzesche avventure) sarebbe lo stesso che chiamare «il Sommeiller» il traforo del Cenisio.

Altri farfalloni che di quando in quando ancora si colgono su pei colonnati giornalistici, e ai quali di sotterra brontola la voce die pedanti: il famigerato aver luogo per Accadere, Succeder, Farsi; fare i nomi per dirli; e aggiunto pànico (timor pànico) usato da solo in forza di sostantivo, e per di più anche quando la causa dello sgomento non ha nulla di veramente pànico, procedente in modo misterioso dall´intimo nostro, ma è esterna e reale, come la poltrona del dentista, ora dell´esame, la vista della suocera, e cosiffatti comunissimi accidenti.

Leo Pestelli


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