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Signora in beige e marito al verde

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 6 novembre 1953
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column7-9

Modi contrari al parlar di Firenze - ausiliario «essere» coi verbi celesti - Consolazione per lo «statale» moderno: «Ne piglio pochi ma non ci piove sopra»

Or fanno sei noterelle, parlando delle preposizioni e dell´abuso che oggi se ne fa, ci sfuggì, non sapremmo di come, in. Non è ragione averle riguardo, e la riacciuffiamo qui. In è malissimo usata in luogo di di, per indicare la materia di cui è composta una cosa: statua in bronzo; muro in mattoni: libro legato in cartapecora e magari, per far peggio, qua e segnato in rosso. en francese, ripreso dai grammatici di quella lingua, ma divenutovi comunissimo e indi passato nella nostra, che suole accogliere, oltre ai proprii, gli errori altrui. E bravo chi oggimai riuscisse a spiccicare in dal verbo lavorare (in alabastro, in borsanera e simili), dove gli Antichi rettamente dicevano: lavorare di marmo, d´argento e così via.

Sconcio neologismo è pure in come compimento del verbo vestire. Anzi uso moderno lo fa stare da ; e nelle cronachette mondane girano, assolutamente, signore in nero, in rosso, purtroppo anche in «beige» (gittati ai cani il nocciola, il lionato, avana), signorine in rosa, giovanotti in grigio: il tutto su di uno sfondo relativo di mariti e di genitori al verde. La buona italiana veste di bianco; il buon soldato, quando ne abbia licenza, da borghese.

E facciano il piacere gli amici dell´in di non allegare Alighieri, dove dicendo: «in porpora vestite» sembra dar loro ragione. Li «porpora» è preso dal Poeta non come colore ma come panno o veste purpurea; ma dove intende colore, ragione a noi: «vestite di color di fiamma viva».

Rimessici dal lieve turbamento, finiamola con questa preposizione. Sta male innanzi a certi avverbi che si sanno reggere da , senza puntelli: in allora, in riguardo, in oggi, invece dei semplici allora, riguardo, oggi; e molto peggio sta in, in luogo della preposizione articolata, in quelle maniere che si risolvono in un gerundio, come in attesa per nell´attesa, in risposta e sim.; e in quelle locuzioni temporali che denotando un tempo determinato richiedono appunto articolo determinativo: in giornata, in serata, invece che nella giornata, nella serata.

Perchè qualcuno dice che arzigogoliamo e cerchiamo i fichi in vetta, ecco parole e modi tra i più usati dall´uomo della strada. Piove, tutti son capaci di dirlo, con o senza estensione al Governo; ma quando spiove, si urta negli ausiliari e cominiano le dissensioni. piovuto o ha piovuto? tonato o ha tonato? I verbi impersonali vogliono ausiliario essere: «ma il concetto una causa assoluto da cui derivano la pioggia e le altre vicissitudini atmosferiche», nota con un filo di mestizia il Fornaciari, «ha portato uso di avere: ha diluviato, ha balenato ecc. modi contrarii al parlar di Firenze». Se di quel caro grammatico ancora ci vede, perchè non consolarlo adottando tutti quanti, con questi verbi celesti, ausiliario essere! Che del resto non si potrebbe mai sostituire con avere nelle espressioni: è aggiornato, è raffreddato, è riscaldato e simili. Piovere ha anche una bella espressione: non piovere sopra una casa, per dire che questa cosa è certa, sicura. Lo «statale» moderno, che ha così pochi motivi di sorriso, potrebbe ricrearsene, sostituendo alla vieta espressione: «pocheti ma sicureti»: «ne piglio pochi ma non ci piove sopra».

E se per la strada un purista senza orologio ci chiedesse che ora è, siamo certi di fare una buona figura? Le due e mezza! aggettivo mezzo, posposto al nome per indicare dopo una quantità intera una metà della stesa, è sempre neutro: una mela e mezzo, un´ora e mezzo; e prende natura di avverbio quando unisce a un altro aggettivo per attenuarne il significato: mezzo vestita, e non mezza vestita come dicono molti libertini della lingua.

Sedere o sedersi? Il Tommaseo non fu mai così in vena come nella lettera S del suo dizionario dei sinonimi. Nel si è idea di comodità: sedere in gogna (non sedersi). «Siede in cattedra chi ci va e ci sta per insegnare con cura e fatica; non pochi vi si seggono per sdraiarsi e far dormire a scosse». Segga per «si accomodi» è un po´ asciutto, non promette cuscino; il sedere a certi crocchi e pranzi è un vero accomodarsi. In Parlamento taluni seggono anche e soprattutto per rizzarsi (li conosciamo); alcuno (non li vogliamo conoscere) seggono per «guadagnare un posto dove sedersi a bell´agio tutta la vita». Il grande filologo continua con questa grazia e distingue chi sta seduto, chi si sta seduto (più agio), e chi se ne sta seduto (solo o in disparte, e in pensiero); e a far sentire importanza di un semplice si anche privato accento, ci ricorda che nelle votazioni per alzata e seduta il deputato dice di o di no col sedersi: col sedere, la forma semplice, non sarebbe bello. E finalmente che mettere uno a sedere, maniera ancora viva per «togliergli ufficio che aveva», non si dirà metterlo a sedersi, ché anzi il meschino si disagia di dove già si sedeva.

La morale oggi sono due. Anche le parole più semplici e comunemente usate celano insidie grammaticali. Gli Italiani che non leggono i Sinonimi del Tommaseo, non si vogliono divertire.

Leo Pestelli


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