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Bello e divertente il gioco dei proverbi

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 4 gennaio 1955

Quando la conversazione langue, si dice: Nasce un frate - grazioso e rianimatore - Un proverbio che aiuta a vivere: Iddio manda il freddo secondo i panni

curioso che noi moderni, mentre generalmente non disprezziamo le frasi fatte, siamo piuttosto avari che parsimoniosi di proverbi, che pur son frasi fatte bene; e questo non per discrezione, che sarebbe da lodare (proverbi e noci, ha detto Pancrazi, vogliono essere pochi e mangiati col pane), ma per ignoranza generata da antipatia, avendo noi anche quella ribalda sentenza che «i proverbi sono la scemenza dei popoli». Così sempre un eccesso segue altro: Ottocento linguaiolo amò troppo i proverbi, perchè noi non li dovessimo disdegnare.

Racconta infatti il Giusti, in fronte alla sua Raccolta, che in Firenze, ai tempi suoi, ancora reggeva in molti salotti il «gioco dei proverbi», che si faceva sedendo le persone in cerchio e buttandosi una con altra un fazzoletto colla canzoncina «Uccellin volò volò, su di me non si posò, si posò su tale e disse»; e qui scagliavano il moccichino sulle ginocchia della persona nominata e dicevano un proverbio; e bisogna dirlo subito e che non fosse stato detto avanti da nessuno; altrimenti si metteva pegno. Accedevano a questo gioco donne e ragazzi, cui tornava casalingo e facile come quello della tombola; e tale era il diluvio del sempre saporiti e aggiustati proverbi, che lo stesso Giusti ne uscì più una sera rincorbellito. Ora pensiamo che figura farebbe a siffatto gioco quello di noi moderni che avesse fama di miglior proverbista: a dir poco, la figura del baccalà.

Sono i proverbi una ricchezza, benchè fissata e morta, della lingua; e sta a noi, restituendo loro umore, con vertirli in linguaggio vivo. Perchè un proverbio che non sia dei dieci o dodici a cui ormai si riduce tutta la nostra scienza; i quali, smontati dall´uso, entrano in un orecchio ed escono dall´altro (Chi va piano, va sano e va lontano. Gatta ci cova. Una mano lava altra. Il troppo stroppia e simili); schiacciato a tempo e a luogo, può valere un lungo ragionamento, e invece di far buco nel discorso, come i succitati ormai fanno, lo spiccia e rallegra. Così, quando in una conversazione tutti si chetano a un tratto per qualche topica che vi è stata commessa, è un modo grazioso di ravviarla il dire Nasce un frate. intende che se in tutti i silenzi societari tale motto venisse ripetuto, presto esso non varrebbe più niente; onde la necessità di possedere quanti più proverbi è possibile, per averne sempre di freschi, e avvertenza di non ne abusare in nessun caso, per non li consumare troppo presto.

Certo il gorgo die proverbi attira; e la collera di don Chisciotte verso il proverbioso Sancio, è pur mescolata invida. Un discorso tutto di proverbi può avere una sua burchiellesca bellezza, e riuscire meno vacuo di tanti di discorsi che si fanno. Per giro di lingua, di pensiero e di immagini, molti sono i proverbi che piacciono per , fuori dell´occasione.

Proverbi con carattere apologo: La botta che non chiese non ebbe coda (ai troppo discreti); Una volta passa il lupo (peregrina variante del proverbio Ogni lasciata è persa), e il bellissimo che può avere tanta applicazione fra i brutti. Scarafaggino a mamma sua pareva bellino. Proverbi di parole personificate: Come uno piglia moglie, entra nel Pensatojo; La morte è di casa Nonsisà; Il Supera è in tutto (al furbo che può sempre trovare uno più furbo di lui).

Proverbio antico, da suocere: Donna specchiante, poco filante. Da scapoli cui i ragazzi dànno noia: Viva Erode! e più atrocemente: Bambini e fogna! (che si richiama all´uso di affogare i gattini eccedenti). Proverbi falsi eppure fortunati: Chi dice donna, dice danno; Chi vuol bene a madonna, vuol bene a messere. Empi, da non dire mai: Il primo prossimo è se stesso; Chi lavora fa la gobba, e chi ruba fa la robba.

Proverbi che aiutano a vivere (Iddio manda il freddo secondo i panni) e altri che ne fanno passare la voglia (Benvenuta, o disgrazia, purchè almeno tu venga sola!); che consolano (Non è uovo che non guazzi) e che deprimono (A confortator non duole il capo); che dicono troppo (Ognung sa ), e che dicono tanto proverbi (Il lume è una mezza compagnia). Proverbi che insegnano umiltà (Sa più il papa e un contadino che il papa solo), e che ci rimettono in piedi con tutti i difetti (La morte chi ha a trovar vivi). Ma soltanto a spigolare, non si finirebbe più.

Stabilito di dire un proverbio, vediamo di non lo stroppiare. «Il diavolo non è brutto come si dipigne», è la lezione del Sacchetti, la più svelta di tutte. Ma i pedanti suggeriscono: come lo dipingono, acciocchè non intendesse che il diavolo dipinge se stesso. Il proverbio è tanto noto che equivoco non ci può aver luogo. Piuttosto, molti dicono: come lo si dipinge; e questo lo proclitico è davvero un´imperdonabile sconciatura. Del resto la grammatica chiude un occhio sulle imperfezioni formali dei proverbi, nelle quali spesso consiste la loro grazia popolaresca.

Affatto disusati, ma tuttavia ricercati dagli antiquari della lingua, sono quei proverbi e modi proverbiali di cui col tempo è perduta la chiave; forme paesane, ad personam, quali La tela del Nigetti (con ordito di goffo e il ripieno di birbante). Il tempo di Ciolo abate (chi ha da dare, addomandi), Frate Pino che una trave fece un nottolino e peggio ancora: Darsi gli impacci del Rosso, Far gli avanzi di Berta Ciriegia, Calare al paretaio del Nemi e cose simili.

Ma lasciando di questi morticini, anno nuovo vuole da noi una minor stiticheria in fatto di proverbi. Se quelli fatti ci annoiano, inventiamone di nuovi; o applichiamo ai vecchi qualche glossa che li ravvivi. Così, parlando una seccatrice, lunga, tigliosa, e da tutti scantonata. Alfred Capus uscì a dire: «Una rondine non fa primavera, ma il cammello fa il deserto».

Leo Pestelli


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