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Elogio della patria in tempi euroscettici

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 02 luglio 2005

La nostra è una lunga storia comunale e regionale, e ancora se ne sentono i riflessi, ma almeno la lingua è un forte collante

NEI Giornali giacobini del Settecento (Milano 1962) a cura di Renzo De Felice si legge questo passo di un giornalista ligure (1798): «Quando io parlo della nostra penisola, che Appennin parte e il mar circonda e l’Alpe, io parlo di una divisione geografica, e non già di una nazione. Gli abitanti di questa penisola non sono altrimenti un popolo, sono molti popoli, che non hanno altro di comune che il clima e la lingua. Il loro governo è diverso, diverso lo spirito, e diversi i costumi, e per quanto abbiano tutti una stessa relazione, pure le pratiche esteriori, che sono la religione del popolo, hanno anche diversificato, ne’ diversi paesi, la relazione medesima (). Quali interessi comuni ci tengono legati coi Piemontesi, coi Lombardi, coi Toscani, piuttosto che coi Francesi?».

Da allora sono stati compiuti grandissimi passi: il Risorgimento ha fatto l’Italia, e se ancora non si sono fatti gli italiani, e c’è chi blatera di devolution, o blaterò di «secessione», almeno possiamo dire che finalmente esiste una lingua media comune nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti, che fa da collante e segna fortemente l’identità della nazione. Una nazione infine ben integrata in una Unione Europea ora popolata da tanti «euroscettici». Intanto, anche tra gli italiani, si sente spessa di più la «piccola» che la «grande» patria. La nostra è una storia comunale e regionale, e ancora se ne sentono i riflessi.

Tant’è che, anche quando (pensiamo all’Ottocento) oratori e scrittori hanno scritto della patria, nessuno l’ha mai detto con parole intense, appassionate come quelle che Shakespeare ha messo in bocca a Gaunt nel Riccardo II, a II, sc. I: «Questo meraviglioso trono di re, quest’isola scettrata, questa maestosa terra, questo seggio di Marte, questo secondo Eden, quasi un nuovo paradiso terrestre, questa fortezza costruita dalla natura per difendere se stessa dall’infetta mano della guerra, questa felice stirpe d’uomini, questo piccolo mondo, questa pietra preziosa incastonata nel mare d’argento, che la protegge come una muraglia, o una fossa scavata a difesa d’un castello, dalla turpe invidia di altre terre meno felici di lei, questo luogo benedetto, questo paese, questo regno, quest’Inghilterra, questa nutrice, questo grembo fecondo di re superbi».

gianluigi.beccaria@unito.it


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