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Tarallucci, vermicelli, peti di lupo e loffe di monece

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 26 luglio 2003
NewspaperTuttoLibri (La Stampa)
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page8
Column-

Molto spesso assimiliamo le cose buone che si mangiano ad immagini non del tutto gustose Ecco perché si usa l’espressione scacco matto

SBRIGHERÒ un po' di posta, iniziando da un mio colto lettore di Macerata che mi scrive una lunga lettera sostenendo la superiorità della musica sulla lingua, perché la lingua - dice - è inferiore all'arte dei suoni, può dire tutto: prendi un quadro e la sua descrizione, tra i due c'è un abisso, mancano le parole per indicare le sfumature di colore e i movimenti di una figura, di un corpo. La musica: ha molte più possibilità della parola. E qui mi cita un passo del bellissimo libro di George Steiner, Grammatiche della creazione (Milano, Garzanti, 2003) dove si dice che la musica "è l'atto significante più metafisico nelle sue intonazioni, quello che penetra più a fondo nella notte illuminata della psiche, è anche quello più carnale, più percepibile somaticamente". Si pensi a come la musica trascini al moto, alla danza.

Ma il mio lettore doveva proseguire a leggere, perché più avanti lo stesso autore scrive splendidamente che la lingua non è da meno, sa dire le cose più indicibili; il futuro, gli ottativi, il condizionale che sono la concettualità e l'immaginativa dell'illimitato, e c'è il "se" che modifica, ricompone, mette in dubbio... Possiamo comunicare tutto quello che desideriamo, possiamo dire qualsiasi verità, qualsiasi menzogna, affermare e negare, descrivere addirittura "la pace ordinata delle galassie miliardi di anni dopo l'estinzione del pianeta", creare ed esprimere mondi e contromondi, a volontà. La letteratura ne è la prova.

Veniamo a richieste più terra terra, ma ugualmente interessanti. Un lettore di Genova mi chiede perché i "tarallucci" hanno questo "strano" nome: "taralli", "tarallucci", sorta di biscotti allungati, rugosi che si preparano nell'Italia nel Sud, prendono questo nome dall'immagine dal "tarlo". Molto spesso assimiliamo le cose buone che si mangiano ad immagini non del tutto gustose. Si pensi al nome dei "vermicelli". C'è addirittura un dolce calabrese che chiamano peti di lupo, così come in Francia il pet de nonne, frittelle dolci di pasta lievitata, frittelle piene di vento (è anche citato in un noto vocabolario etimologico, il FEW, un pet de putain), e in Abruzzo abbiamo le loffe di monece, schiacciatine di pasta frolla, a Pescara i loffetelli, panini dolci, a Teramo le loffe de hulpe o de moneche, nel Piacentino i loff, gonfietti di farina acqua e uova che messi in padella si gonfiano.

Chiudo con una lettrice di Pesaro che mi chiede perché mai, nel gioco degli scacchi, si usa l'espressione "scacco matto". È nata dalla formula arabo-persiana che chiude il gioco, shalt mat "il re è morto". Il gioco ci arriva dalla Spagna, ma nasce in India, passa alla Persia, è adottato dall'intero mondo islamico, in Spagna è diffuso dagli arabi, e dalla Spagna passa all'Europa intera.

beccaria@cisi.unito.it


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