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Francesca è gentile, basta far sempre la sua «voluttà»

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 28 luglio 2001
NewspaperTuttolibri (La Stampa)
Publication placeTorino
Publication countryItalia.
Page8
Column-

La padronanza della lingua non sempre è perfetta e conduce a strafalcioni. Esempio? «Quel tale non era una tibia di santo»

QUANDO [/TLCAPO2]si è padroni di una lingua? Intanto, non basta conoscere tante parole e i loro significati, ma bisogna saperle usare con proprietà dentro il contesto e le strutture del discorso.

Non basta conoscere tutte le "parole piene", sedia, cielo, albero, tranquillo ecc., ma occorre saper usare le parole vuote, o "parole forma" (articoli, pronomi, preposizioni, congiunzioni), che hanno un significato soltanto grammaticale, cioè un significato che non può essere stabilito isolatamente, ma soltanto in relazione ad altre parole. La padronanza di una lingua la si misura anche dalla capacità di saper cogliere sfumature diverse tra parole simili o vicine per significato (cogliere, poniamo, la differenza tra "monelleria" e "marachella": la prima è malefatta di un ragazzo discolo, vivace, la seconda è ancora una malefatta dello stesso, ma fatta di nascosto). I sinonimi vanno usati in modo appropriato, perché di perfetti non ne esistono.

Tra loro c'è sempre una qualche anche lieve differenza. "Buongustaio" non è lo stesso di "mangione", "ingenuo" è diverso da "minchione", e "risparmiatore" da "tirchio". Puoi dire "hai fatto un errore", uno "strafalcione", un"'assurdità", una "bestialità", un"'asinata", una "castroneria"... oggi dicono quasi tutti una "cazzata". "Errore" è di un registro neutro, formale, gli altri sono di registro più colloquiale, informale. Non posso dire "Eccellenza, ha fatto una castroneria".

Poi ci sono le frasi idiomatiche. Dicevo prima che non basta sapere le parole di una lingua. Bisogna conoscere quei gruppi di parole il cui significato non può essere previsto in base al significato delle parole stesse, per esempio "tirare le cuoia", "uscire dai gangheri", ecc. In questi tipi di sequenze fisse non mi è permesso di confondere "stinco" con "tibia": chi dice "ha riportato la frattura dello stinco sinistro", oppure "Quel tale non era una tibia di santo" fa ridere, così se dici "tagliamo il capo al toro", anche se capo è sinonimo di testa, oppure "ho perso il capo per una donna", "ho messo capo a partito", "sei un capo di cavolo".

Chi non è padrone di una lingua confonde spesso parole che si somigliano nei suoni che la compongono: conoscere bene una lingua vuol dire non confondere "chicco" con "chicca", "foriero" (ciò che precede, che viene prima, e annuncia: "questo vento, foriero del bel tempo"), con "forastico" (che vuol dire selvatico, misantropo, scontroso, scorbutico, poco socievole), "reticente" con "riluttante".

Chi insegna, e ha a che fare con ragazzini che non sono padroni dell'italiano ne registra delle belle. Mi sono appuntato: "Mia cugina Francesca è molto gentile, a condizione che si faccia sempre la sua voluttà".


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