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Non ciurlare nel manico con la robba scrausa

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 24 febbraio 2001
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page8
Column1

Un po’ di posta con i lettori, che chiedono spiegazioni sull’origine di particolari locuzioni e sul rispetto delle norme grammaticali

DA quando ho indicato un indirizzo di e-mail le richieste di chiarimenti si fanno pressanti. Il che mi fa piacere, ma mi costringe nella risposta a saltabeccare da un argomento all’altro. Cerco di accontentare subito Marco Rossi di Levanto che vuole sapere come sia nata l’espressione ch’egli trova curiosa, come ciurlare nel manico, nel senso di mancare a una parola o a un impegno, rinviare con scuse o pretesti l’adempimento di promesse. Semplice: chi si comporta a quel modo fa come la parte metallica di un arnese, che quando ciurla, cioè non sta ben ferma nel manico, tentenna, gira, rende vana l’opera di chi lavora.

Una lettrice di Novara, Franca Niccoli, ha letto di un tale considerato una sorta di eminenza grigia, e vuole sapere il motivo di questo strano (così dice) modo di dire: eminenza grigia è chi, senza darlo a vedere, esercita un forte potere e controlla una situazione, soprattutto influenzando le persone potenti. Fu chiamato così il frate cappuccino consigliere del cardinale Richelieu per il colore grigio dell’abito dei cappuccini e per analogia col titolo di Eminenza Rossa dato a Richelieu.

La maggior parte delle richieste verte sul giusto e lo sbagliato, sul si può o non si può, soprattutto da parte di chi vede nella grammatica un ferreo modello logico, che sopprime ogni contraddizione, ridondanza, ecc.

Un lettore di Dronero (Cuneo) se la prende con l’uso erroneo, dice lui, dell’avverbio affatto che significa interamente, del tutto, ma che ormai si usa come rafforzativo in frasi negative (non la penso affatto come te!). Ha preso il significato contrario a quello che dovrebbe avere, cioè per nulla’, specialmente nelle risposte a domande che esigono un o un no (Hai fame?, affatto). Ciò succede perché con quell’affatto sottintende un niente (niente affatto) ed assume su di il senso della parola sottintesa.

Accontento per ultimo il condirettore, Gianni Riotta, che nell’ultimo Specchio si chiede (e mi chiede) da che verrà mai un’espressione ora in voga come scrauso, in uso nel gergo giovanile. Ho appurato, grazie anche alla cortesia di Gepi Patota, che scrausa, nel senso di di poco conto, di cattiva qualità, è un aggettivo che in principio cominciò ad essere usato dai coatti della periferia romana (A Roma gira solo robba scrausa, cioè droga di cattiva qualità, è detto nel film di Claudio Caligari, Amore tossico, 1983, interpretato da giovani eroinomani di Ostia). Ma non si tratta di neologismo di questi ultimi decenni. Un mio collega, Pietro Trifone, ha trovato una sorprendente anticipazione di scrausa nel senso di sciocca nel primo Cinquecento, negli atti di un processo per stregoneria.

beccaria@cisi.unito.it


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