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Il cavallo di battaglia è finito sul palcoscenico

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 17 febbraio 2001

La lingua vive di una continua osmosi, le parole passano dal gergo specialistico all’uso comune. Si veda ad esempio scoprire le carte, tirare la volata, gettare la spugna

UNA lingua si arricchisce chiudendosi ed aprendosi. Prima si settorializza, si stabilizza in circuiti chiusi, in lessici professionali, in codici corporativi, poi si apre alla lingua comune. L’italiano arrivare nasce dal latino adripare giungere a riva, un verbo usato in un primo tempo soltanto dai marinai, passato in seguito a un ambito più vasto. È proprio di questa osmosi continua dallo specialistico al comune che la lingua oggi come ieri si rinnova.

Il cavallo di battaglia, cioè la materia, l’argomento di cui uno si sente assolutamente padrone, è metafora adottata dalla parlata teatrale: si tratta dell’opera, o scena, monologo o assolo in cui l’artista esprime al massimo le sue qualità. Ma in origine era soltanto la gente d’armi ad usare quest’espressione, nei tempi in cui le sorti di un combattimento dipendevano dal cavallo: quello citato altro non era che il cavallo del condottiero addestrato alla battaglia, il migliore, il più sicuro, il più obbediente, capace di condurre il padrone nel folto della mischia e ricondurlo a casa sano e salvo.

Esempi se ne possono fare a iosa: dall’aeronautica il decollo di una riforma; dal cinema la rapida carrellata, la panoramica, il primo piano; dal militare segnare il passo, o sparare a zero.

Penso a quanto è dovuto ai giocatori di carte: passare la mano (in origine voleva dire rinunciare al proprio turno di gioco), rispondere picche, cioè con un rifiuto, scoprire le carte, scoprire il gioco, contare come il due di briscola, o come un due di coppe, avere l’asso nella manica. Da principio furono soltanto i giocatori di biliardo a chiamare acchito la prima mossa quando si spinge la palla verso la sponda cercando di farla fermare in un punto che crei problemi all’avversario, poi di primo acchito passò all’uso comune nel senso di al primo tentativo, subito.

Moltissimo dobbiamo alla terminologia tecnica dello sport: dalla boxe essere o mettere alle corde, mettere k.o., colpo basso, lavorare di anticipo, gettare la spugna; dal ciclismo seguire la ruota, avere la maglia nera, un buon piazzamento, lasciare in surplace, seminare gli avversari, équipe, défaillance, sprint, exploit, dare forfait, outsider, meeting, un forcing, tabella di marcia; è passato alla politica il portaborracce, tirare la volata a qualcuno, la riforma in dirittura d’arrivo, che può scatenare la bagarre, e assistiamo spesso ad un sorpasso.

Insomma, il mosaico di una lingua è fatto di settori per un verso chiusi su se stessi (i linguaggi tecnici, specialistici, scientifici) che in molti casi si aprono alla lingua comune, e la sommuovono, l’arricchiscono, diventano sorgenti perenni di sempre nuove metafore, di sempre nuove applicazione ed estensioni.

beccaria@cisi.unito.it


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