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Confesso, sono un esubero

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 29 agosto 1993
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page27
Column1-2

di GIULIO NASCIMBENI

Dai moduli e dalle circolari della burocrazia, scavandosi cunicoli come una talpa, presentandosi con i crismi della sintesi che tanto piacciono nelle redazioni dei giornali, una parola è arrivata alla ribalta dei titoli e delle prime pagine. La televisione non è stata da meno: questa parola sta avendo il suo momento di gloria in quei cartelli esplicativi che riguardano situazioni sindacali, percentuali, stime fatte da qualche ministero o ente di previdenza.

Tanto per dire subito come la penso, preciso che, a mio giudizio, si tratta di una brutta parola. O meglio, di una parola brutta, considerando che la posizione di un aggettivo, messo prima o messo dopo, può alterare il significato. Non oscena volgare, ma semplicemente brutta, come lo sono tanti termini burocratici, da allibramento a obliterazione, a balneazione.

Ecco, dunque, il nostro bersaglio: si chiama esubero, è regolarmente registrato come sostantivo maschile nei dizionari, sta per «eccedenza, esuberanza, sovrabbondanza, soprannumero, quantità superiore al bisogno». Un titolo apparso verso la metà dagosto diceva: «Insegnanti in esubero: pensione anticipata?». Nel testo si leggeva che «otterranno la pensione immediata tanti professori quanti sono gli esuberi calcolati dai Provveditorati».

Sarò sicuramente un tradizionalista, ma lidea che un professore, oltre che laureato e insegnante, sia anche un esubero, mi mette di malumore. E non soltanto per la situazione in e per , ma proprio per il suono della parola. Immaginate un preside che convoca linteressato, sfoglia alcuni tabulati e annuncia: «Caro professore, mi spiace di doverle comunicare che lui rientra nella categoria degli esuberi». Secondo previsioni attendibili, sono tra 20 e 25 mila i docenti in esubero della scuola dellobbligo, e dunque la scena del preside e del professore si ripeterà tra 20 e 25 mila volte.

Ma non basta: qualche giorno fa, in una panoramica sui foschi allarmi riguardanti l'occupazione, Genova era segnalata come città «a rischio» perché tra i portuali «ci sono un migliaio di dipendenti in esubero» (La Stampa del 25 agosto). Non so bene perché, ma sento che, dal punto di vista linguistico, esubero rientra nella categoria dell'eterno eufemismo italiano, lo stesso che indusse Craxi a chiamare «mariuolo» Mario Chiesa.

A influenzarmi è certamente letimologia. Esubero è un derivato del verbo «esuberare», legato al latino exuberare, composto di ex, con valore intensivo, e uberare, «produrre frutti, essere fertile», a sua volta originato da uber, che significa sia «mammella» sia, come aggettivo, «fecondo, abbondante».

Proprio questa presenza di copiosità, che rimanda addirittura al seno femminile, al latte materno, provoca un insanabile contrasto rispetto allimpiego attuale di esubero. Al di della parola vediamo, infatti, cassa integrazione, prepensionamenti, tagli di posti di lavoro, spettri di disoccupazione. Ce nè abbastanza, insomma, per diffidare: una parola brutta e, come non bastasse, ingannevole. Anche se bisogna ammetterlo gli eventuali sinonimi non offrono buone soluzioni. Ve limmaginate il preside che sentenzia: «Lei è un professore soprannumerario»? La risposta potrebbe essere: «Soprannumerario sarà lei».


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