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Gli animali vittime innocenti del nostro parlar per metafore

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 27 luglio 1990
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page13
Column2-6

di GIULIO NASCIMBENI

I lettori non si allarmino. Se in queste prime righe vedono apparire i fantasmi dei Mondiali 90, ciò non significa che torneremo a parlarne. Ci mancherebbe altro dopo una così massiccia indigestione. Coerenti con i temi di questa rubrica, ci interessa soltanto rispondere a quanti, segnalandoci qualche papera di telecronisti e radiocronisti, ci hanno domandato perché si usi questa parola, papera, per definire un errore involontario nel. dire una frase o una battuta teatrale.

C'è perfino chi, nel corso dei Mondiali, ha usato l’espressione «paperato» (trasmissione «paperata», processo «paperato»...), neologismo di cui non si avverte assolutamente il bisogno. Bastano e avanzano «impaperarsi» e i suoi derivati.

L’uso figurato del vocabolo «papera» non è recente. Già nel vecchio Tommaseo-Bellini (186579), si nota che la parola «accenna all’oca, ingiustamente, come l’asino, calunniata». Nel Panzini (1905), la locuzione «dire o prendere una papera» è accostata apprendere un granchio». Una vera, convincente spiegazione etimologica non c’è, come ammette, del resto, il Dizionario di Cortelazzo-Zolli, che rimanda anche alla metafora zoologica francese «canard» (anatra, ma anche frottola, nota discordante, notizia incredibile).

E allora? Forse siamo semplicemente di fronte, come sospettava il Tommaseo, a uno dei tanti esempi in cui gli animali servono da comodo simbolo per criticare negativamente le azioni degli uomini. È una palese ingiustizia, precisiamolo subito. Se quando si pesca e l’amo è sul fondo, un granchio abbocca e scuote il sughero lasciando credere a ben altra preda, la colpa non è del granchio. Ma noi ci impadroniamo dell'immagine e il granchio diventa sinonimo di abbaglio, di equivoco, di ridicolo malinteso. «Errori del parlare che granchi si son chiamati», scriveva Annibal Caro fin dal 1558. Intendiamo sottolineare, con questa data, che il vizio è antico.

Chi si salva? Lasciamo perdere l'asino per non sembrare ingenerosi. Ma ecco «le lucciole per lanterne», «il cavallo di ritorno», «l’andare in vacca», «il tatto d’un elefante», «l’occhio di triglia», «vender la pelle dell’orso», «la tigre di carta». Sono espressioni che indicano soltanto lati negativi della vita: dall'ambiguità alla ritorsione, dallo sfacelo alla maleducazione, alla svenevolezza, al millantato credito.

È obbligatorio, a questo punto, rammentare l’upupa. Con quel nome che è la ripetizione onomatopeica del suo grido monotono (up-up) e che, per la presenza delle due «u», un suono fosco e triste, l’upupa è stata considerata un malaugurate uccello notturno. Sappiamo tutti, invece, che si tratta di un grazioso uccello diurno.

Ma come opporsi al Parini che scrisse e upupe e gufi e mostri avversi al sole? E soprattutto al Foscolo dei «Sepolcri»: e uscir dal teschio, ove fuggia la luna, / l’upupa, e svolazzar su per le croci / sparse per la funerea campagna? Ci voleva almeno un altro poeta. Soltanto un altro poeta avrebbe potuto restituire all’upupa la sua vera identità, chiamandola munzio primaverile, aligero folletto.

Come è noto, questo poeta fu Eugenio Montale, che scrisse una riabilitazione così completa da includere una netta accusa alla «corporazione» cui Montale stesso apparteneva: Upupa, ilare uccello calunniato / dai poeti...Ma chi difenderà, chi riabiliterà l’oca e il granchio, la vacca e l’elefante?

Un’ultima annotazione ancora legata ai Mondiali. Tra le squadre partecipanti c’era la Costa Rica, che disinvoltamente è stata fatta diventare (non dal «Corriere», per fortuna) il Costarica: da femminile a maschile, da due parole separate a una sola. La segnalazione è del signor Ugo Sansonetti di Roma, che mi ha mandato copia d’una lettera da lui indirizzata al Pool sportivo della Rai e alle redazioni dei principali quotidiani: «Vi prego scrive il lettore non mascolinizzate quel nome, altrimenti un giorno ci informerete che il Costabrava e il Costasmeralda si contendono il turismo più in e che il Costadavorio e il Sierraleone hanno problemi con il confinante Liberia».

Quanto agli abitanti, e di conseguenza ai giocatori, della Costa Rica, il lettore li chiama «costaricensi», che è un’espressione esatta ma non esclude l’altra, cioè «costaricani». Anzi: il dizionario Garzanti considera «costaricense» meno comune di «costaricano».

Maschile, femminile: già nella vita, in nome dell’unisex, si casca ogni tanto in errore. Poteva esserne esente la geografia? Pare proprio di no. E così alla lettera riguardante la Costa Rica se n’è aggiunta un’altra riguardante tre paesi africani: Zaire, Zambia, e Zimbabwe. Il lettore Raffaele Mottani di Milano precisa: non sono tutti e tre maschili come lasciano credere titoli e cronache di giornali. È esatto dire «lo» Zaire e «lo» Zimbabwe, ma «la» Zambia è femmina. Il lettore raccomanda: consultate, gente, consultate, prima di scrivere.


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