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Com’è difficile dare un nome ai «vigilantes» degli ammalati

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 26 aprile 1990

di GIULIO NASCIMBENI

Come sempre, l’avvertimento è d’obbligo: quando, in questa rubrica, si registrano nuove parole o nuovi modi del linguaggio, non ho alcuna pretesa di essere il primo a farlo. Può darsi che altrove (in altre rubriche, in qualche repertorio di neologismi a me sconosciuto) la novità sia già stata segnalata: l’importante è che ne siano infortitati direttamente i nostri lettori.

Stavolta ci occuperemo di una parola che, in e per , esiste da secoli: si tratta del participio presente del verbo «badare», un verbo che, nella forma «botare» del tardo latino, significava «spalancare la bocca», e successivamente «guardare ammirare a bocca aperta» e poi «fare attenzione». Così insegna il «Dizionario etimologico» di Cortellazzo-Zolli.

La fraseologia legata a questo verbo è d’uso corrente: badare ai bambini, alla casa, ai propri affari; bada di non uscire; bada a quello che fai; bada al sodo; non badare a spese Se è permesso un ricordo teatrale di quarant’anni fa, «Bada che ti mangio» era il titolo dell’ultima rivista interpretata da Totò: con una canzoncina che diceva: «Bada che ti mangio, / dice il pesce grosso / mentre salta addosso / al pesce più piccin. / Bada che ti mangio, / dice il livido collega / mentre già ti frega / il posticino al sol».

Ma non disperdiamoci tra le memorie. Nelle cronache di alcuni giornali, soprattutto veneti, ho notato l’espressione i badanti, cioè il participio presente d’uso assai raro, cui ho già accennato: i badanti sono quelle persone (in maggioranza donne e, di conseguenza, sarebbe più giusto dire le bandanti,), che assistono nelle ore notturne i malati. I badanti non appartengono al personale degli ospedali: sono assunti dalle famiglie, guadagnano tra le 80 e le 90 mila lire per notte, trascorrono il tempo su una poltrona, stanno attenti ai bisogni di chi è stato loro affidato. Poco dopo l’alba, all’ora del caffè, tornano a casa e si ripresentano alla sera.

Bella o brutta, accettabile o inaccettabile, questa parola del linguaggio familiare-ospedaliero? Non è nostra intenzione dare i voti, del resto (scuola a parte) ormai esclusivo appannaggio dei colleghi che si occupano di calcio. Possiamo piuttosto tentar di supporre da quali necessità sia nato l’uso di badante e badanti.

Come definire, senza tanti giri di frase, quelle persone? In un ospedale, dire «assistente» significa indicare il personale medico che viene dopo il primario e l’aiuto. Non è nemmeno il caso di ricorrere a «infermiere». Improponibile è «vigilante» perché si pensa subito a un uomo annata. «Sorvegliante» sa di fabbrica.

Insomma, badante e badanti hanno una giustificazione, sempreché ci si voglia esprimere con un tonnine unico. Chissà se la parola avrà fortuna. I campi di applicazione potrebbero estendersi. Ad esempio (ma senza paga, ovviamente), noi cittadini dovremmo avere il compito di essere badanti della cosa pubblica. A orario pieno, s’intende.

Il dottor Gastone Cirla di Milano scrive: «Tra le brutte e dilaganti abitudini nel parlare, vorrei citare l’uso del diciamo. Non c’è persona, di qualsiasi ceto e cultura, che, quando è intervistata alla televisione o alla radio, non cominci la sua risposta con diciamo. Esempio: Cosa ne pensa lei di.... Risposta: Diciamo che..., invece di direi che..., oppure: a mio avviso, oppure: mi pare. È giusta o errata la mia avversione per quel diciamo?».

Se ho ben capito lo spirito della lettera del dottor Cirla, nel «diciamo che...» il lettore avverte non soltanto la noia di un luogo comune, ma un segno di perentorietà da parte di chi risponde. «Diciamo» è presente indicativo, e il modo indicativo, per definizione grammaticale, esprime la realtà, la certezza.

Il lettore, infatti, propone come soluzioni alternative l’impiego del condizionale («direi che...») o di forme attenuate come «a mio avviso». Sono d’accordo, e mi permetto un’ulteriore supposizione: nel «diciamo che...» suona un sospetto di presuntuoso plurale maiestatico (o «maiestatis», se vogliamo riferirci al latino). Come indica lo Zingarelli, per plurale maiestatico s’intende «la prima persona plurale usata nei discorsi ufficiali di personaggi eminenti».

Qualche lettore malizioso potrebbe, a questo punto, rimproverarmi di passare molto spesso dall’«io» al «noi» (tra l’altro, accade più volte in questa stessa rubrica), e quindi di essere colpevole della stessa perentorietà di cui abbiamo appena parlato. Non è così e prego i lettori di credermi. Del resto, i buoni dizionari registrano, accanto al plurale maiestatico, il cosiddetto «plurale di modestia», che ha lo scopo di non voler insistere sul carattere personale delle opinioni espresse, facendole anzi apparire comuni.

Ci sono due esempi illuminanti in proposito sul Devoto-Oli: è facile sentire la differenza che passa tra «benediciamo in nome di Dio Padre» e «riteniamo di aver compiuto un atto di giustizia». Spero sia evidente che, per quanto mi riguarda, sono dalla parte del secondo esempio.


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