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Ma se l’errore diventa un best-seller come imparare a scrivere in italiano?

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 22 maggio 1990
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page15
Column2-6

di GIULIO NASCIMBENI

In quel libro bellissimo che è Fiori italiani di Luigi Meneghello, si sostiene che, nella scuola d’altri tempi, era praticata la semplicistica teologia degli errori segnati in blu e di quelli segnati in rosso: il blu come peccato mortale e il rosso come peccato veniale.

Nessuno studio semiologico, a quanto mi risulta, ha mai spiegato perché proprio il blu sia stato scelto come simbolo dell’errore grave, e non il rosso che evoca il sangue delle ferite. Probabilmente (ma è un’ipotesi e niente più), con il segno blu si rimanda a colore dei lividi che spuntano sulla pelle dopo una contusione. In fondo, gli errori gravi hanno proprio l’aspetto dei lividi sul biancore dei fogli protocollo.

Nel libro di Meneghello si fa particolare riferimento all’epoca del ginnasio-liceo dell’anteguerra, ricordato come una specie di «mondo dello sbaglio» e con la logica ammissione che lo sbaglio è intrinseco alla natura stessa dell’imparare. Qual è la differenza rispetto ai tempi attuali?

Facciamo un esempio. Chiamato a tradurre dal latino l’espressione fata populorum, un ragazzino scriveva i destini dei pioppi. Bene, anzi male. Allora nessuno parlava di ecologia e di movimenti verdi, e i destini dei pioppi non suscitavano particolare allarme come invece accade adesso. Dunque, la traduzione esatta, al di di ogni confusione di significato, era i destini dei popoli.

Si rideva per questi errori? Certamente : si rideva come si ride oggi. Ma la risata, lo sfottò, la piccola vergogna restavano chiusi nel cerchio della scuola e poi li si tramandava oralmente come tema obbligato per le rimpatriate degli ex alunni: ti ricordi quando? Ti ricordi quella volta? La distanza esorcizzava i minimi spettri di un remoto «quattro» e di un’altrettanto remota intemerata materna o patema.

Le cose sono cambiate. All’inizio degli anni Sessanta, ebbe un buon successo la traduzione de La foire aux cancres di Jean-Charles. Adesso, con lo speriamo che me la cavo di Marcello D’Oria (ed. Mondadori), si sfondato il muro delle quattrocentomila copie e gli autori di quei temi vivacissimi e sgangherati sono andati in televisione, al «Maurizio Costanzo Show»: purtroppo, pare che questo bestseller dello strafalcione debba finire in tribunale. E non per la violata «privacy» dei ragazzini, ma per più prosaiche ragioni legate ai diritti d’autore.

Intanto, è apparsa la nuova edizione di Fiori di banco, a cura della maestra Ada Treré Ciani (ed. Bompiani). Nel libro sono raccolti pensierini di questo tipo: «il contadino lavora i campi con la valanga»; «il mio babbo faceva il maiale e mio zio lo aiutava»; «letargo vuol dire quando cadono gli animali».

Il «mondo dello sbaglio» è uscito dalle pareti della scuola: con quali risultati? La prima risposta potrebbe essere questa: con il risultato di affiancarsi alla letteratura umoristica tenendo d’occhio il cosiddetto «sociale». Negli errori, nelle confusioni dei vocaboli, nelle grottesche assonanze, nei dominanti dialettismi, si manifesterebbe un quadro di arretratezza, capace di suscitare ilarità e. al tempo stesso, di denunciare un degrado. L’uso sempre più frequente dell’aggettivo «sgarruppato» (tratto da Io speriamo che me la cavo e che significa «disastrato, sporco») conferma la nostra ipotesi: nei temi di quei bambini napoletani, «sgarruppato» sintetizza una situazione di sfascio, ma rimane un vocabolo ad alto indice di divertimento.

Ci può essere un’altra risposta, a mio giudizio. Nel «mondo dello sbaglio» stampato e diffuso, molti lettori trovano un’eco delle loro remote e cruente battaglie con la grammatica e la sintassi: un’eco che si trasforma in silenziosa assoluzione. Se l’errore è un bestseller, perché continuare nei vaghi rimorsi, negli intimi imbarazzi? Perché? La teologia del blu e del rosso ha trasferito i propri dogmi negativi nella grande abbuffata del successo. Quanto ai sostenitori di un generale peggioramento della scrittura, questo, come si è soliti dire, è un altro discorso.

Mi spiace deludere i lettori che si sono affrettati a segnalare l’apparizione del neologismo «leghista» dopo il successo elettorale delle Leghe. «Leghista» era finora scarsamente usato, ma non è nuovo. I dizionari lo registrano con l’ovvio significato di «chi fa parte d’una lega o la sostiene». Non è registrato, invece, il naturale derivato di «lega» e «leghista», e cioè «leghismo», con quel suffisso «ismo» che serve per la formazione di voci dotte di valore astratto: «leghismo», insomma, come romanticismo o marxismo, impressionismo o garantismo. È facile prevedere che presto si porrà riparo, considerando che il vocabolo è ormai largamente presente nelle cronache politiche e di costume. Con l’immancabile e doveroso saluto all’ombra di Luigi Capuana che, esattamente novantadue anni fa, scrisse un saggio sugli «ismi contemporanei».


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