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Pensando a Tullio De Mauro e alle sue parole

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 17 gennaio 2017

In molti hanno ricordato Tullio De Mauro, scomparso lo scorso 5 gennaio, evidenziandone le eccezionali qualità di uomo e di studioso. De Mauro è stato «il» linguista italiano per antonomasia degli ultimi cinquant’anni, soprattutto grazie ad alcune sue opere imprescindibili. Una per tutte, quella «Storia linguistica dell’Italia unita» che, pubblicata all’inizio degli anni Sessanta, ha segnato una svolta fondamentale nella linguistica italiana. Infatti, come dice bene «in breve» il sito degli «Editori Laterza», in quell’opera «le tecniche dell’analisi linguistica strutturale e le statistiche erano messe a servizio della storia. Era un "guardare in faccia" Gramsci) la realtà italiana, linguistica e non solo. Non tutti gradirono, allora». Soprattutto «non gradirono» coloro che pensavano alla storia della lingua prevalentemente in quanto lingua letteraria, ben lontana dai dati demografici, economici e sociologici, che sostanziavano il rivoluzionario discorso demauriano.

E in questo discorso, nel capitolo «Italiani fuori d'Italia» del secondo volume c’era spazio anche per la Svizzera italiana (già anticipata da una «tenace dialettofonia del Canton Ticino» citata nel primo volume), in cui «la resistenza degli italofoni è in complesso ridotta, nonostante la vicinanza dello Stato italiano e la forte continua immigrazione», con l’aggiunta che «l’uso nell'italiano e dei dialetti locali regredisce dinanzi all’uso delle altre lingue della Confederazione e l'italiano quotidiano locale e penetrato da francesismi».

Un'altra epoca insomma, con un De Mauro a proprio agio fin dagli inizi non solo con i numeri e le statistiche, ma anche con le nuove tecnologie, indispensabili per tante sue opere pionieristiche nell’ampio campo della lessicologia.

Molti sono gli aggettivi sinceramente encomiastici che questo grande intellettuale si merita, ma quello che più gli si addice, come ha rilevato Luca Serianni in un notevole ricordo sul Sole 24 Ore dell’8 gennaio, è «democratico». Nel significato umano e profondo che questo termi ne può avere, ovvero quello riferito a una personalità di considerevole spessore, che sa pero rimanere sempre umile mettendo a proprio agio qualsiasi interlocutore.

L'ho potuto verificare a più riprese in tanti anni di congressi della Societa di Linguistica Italiana, di cui De Mauro è stato uno dei padri fondatori, e in particolare ricordo un folto gruppo di linguisti che lo attorniava durante una pausa caffe al Congresso SLI di Pescara del 2007. Si parlava di una lunga intervista televisiva proprio a De Mauro, proposta nel cuore della notte a «Sottovoce» su Rai Uno da Gigi Marzullo. Ebbene, a domanda diretta sulla qualità della stessa, era riuscito a spiazzare «un po’ di accademia italiana», non certo tenera per definizione con i «marzullo» di turno, elogiando il respiro di una trasmissione, spesso demolita senza troppi distinguo da tanti benpensanti superficiali.

Ma per trovare la genuina umanità di questo grande linguista democratico ci sono due libri autobiografici irrinunciabili, editi dal Mulino nel 2006 e nel 2012, ovvero «Parole di giorni lontani» (sui primi dieci anni di vita a Napoli», dal '32 al '42) e «Parole di giorni un po' meno lontani» (sui secondi dieci anni a Roma, dal 42 al '52). Due libri pieni di tenerezza, ricordando un passato non sempre facile, attraverso tante parole dei primi vent'anni di una vita ammirevole.


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