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Ma papa Francesco È infallibile anche nei congiuntivi

Language columnPlurilingua
AuthorCarla Marello
Date 18 maggio 2016

Al Salone del libro di Torino la Libreria Editrice Vaticana ha presentato un nuovo libro di Salvatore Claudio Sgroi intitolato II linguaggio di papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (LEV editore, euro 18). A onor del vero solo nove dei pezzi giornalistici che compongono il libro trattano direttamente del linguaggio del Papa, ma i presunti errori del sommo Locutore, come lo chiama Sgroi, sono simili a quelli di molti italiani e di nuovi parlanti di italiano. Il modo con cui Sgroi li ha scelti e li affronta è lo stesso che caratterizza gli altri suoi articoli raccolti nel libro e dedicati alla lingua del presidente della Repubblica Mattarella, dei politici (Renzi, Padoan, Berlusconi, Gelmini, Grillo), di scrittori antichi e meno antichi (Petrarca, De Roberto, Sciascia, Camilleri). Sgroi parte quasi sempre in polemica con altri giornalisti italiani sul fatto stesso che sia stato commesso un errore: uno dei pezzi si intitola spiritosamente «Ma il Papa è infallibile, anche sul congiuntivo». Da parte di chi, come Sgroi, da tempo predica una grammatica laica, così infatti si intitola una sua precedente raccolta di articoli (UTET Università, Torino, 2010), potrebbe sembrare provocatorio, ma non lo è. Sgroi è dalla parte del parlante, sempre: cerca testimoni dell'uso dell'italiano sia nei dizionari storici sia in Internet e, quando l’uso si discosta in modo palese dalla norma dei grammatici osservanti, si chiede perché questo avvenga, cerca di illustrarne le ragioni profonde. Quando infine trova l'aspetto sistematico e costante nei secoli del discostamento dalla norma, e lo scova quasi sempre, si chiede se non sia ormai il caso di cambiare la norma. Sgroi ha un amore appassionato per l’italiano e si batte perché gli Italiani amino la propria lingua, un italiano pulsante, vivo, non perciò sciatto e trascurato. Nel Papa vede un locutore influente, che fa una pubblicità internazionale all’italiano e con i suoi usi creativi lo mostra moderno, adattabile a esigenze complesse. Sgroi difende da un lato il congiuntivo del Papa nella frase «I cristiani perseguitati nel mondo sono i nostri martiri di oggi e sono tanti, possiamo dire che siano più numerosi che i primi secoli» e lo giustifica non come ipercorrettismo, ma perché il «possiamo dire» ha assunto la sfumatura di «possiamo sostenere». Per inciso, osservo che a me pare più degno d'attenzione il «che i primi secoli», dove vorrei «che nei primi secoli» o addirittura, sulla scia dell'eleganza del congiuntivo, «di quanto non fossero nei primi secoli». Dall'altro Sgroi spiega il laudato si' «della lettera enciclica sulla cura della casa comune come citazione del Francesco da cui il Papa ha preso il nome, come apocope del congiuntivo dell'italiano antico sii o sie e, si badi, come congiuntivo dell’italiano popolare moderno, tipo il fantozziano «Mi dichi». Apprezza le radici dialettali piemontesi del verbo spuzzare usato da Bergoglio in un discorso contro la corruzione; considera interessanti i neologismi del Papa, come il misericordiando nel senso di «provando misericordia», coniato per rendere il latino miserando e come nostalgiare creato a partire da nostalgia, sull’esempio dello spagnolo nostalgia. Sgroi intravede anche il falso amico semantico dietro al Papa che si dice commosso dai fatti di Parigi del novembre 2015. Infatti conmover in spagnolo vuol dire «commuovere», ma anche «sconvolgere, colpire». Si chiede se scegliendo la forma incoativa «si pentiscano» per altro in buona compagnia di scrittori religiosi dal '400 al '900, il Papa non abbia voluto dire «comincino a pentirsi» rispetto al più scontato «si pentano». Disapprova i giornalisti che correggono, riportandole nei loro articoli, le parole del Papa: sia perché l’autore, anche quando non è papa, va rispettato e non banalizzato in omaggio a un'idea aulica dell'italiano insensibile alle varietà native e non native.


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