Text view

«VEL» OPPURE «AUT»: LA VERITÀ, VI PREGO, SUL «PIUTTOSTO CHE»

Language columnPlurilingua
AuthorNunzio La Fauci
Date 30 marzo 2016
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Page28
Column-

All'anagrafe, per una nascita: «Femmina o maschio?». Un corno dell'alternativa esclude l'altro. Il quadretto familiare è poi da completarsi a piacere, oggi: «Mamma e papa o due mamme o due papa». «O» è una ben strana parolina. Disgiunge, certo, ma in due modi differenti: in modo esclusivo o no. Una forma, due valori di- versi. Non va così dappertutto. Non è sempre andata così. Si cambia lingua e può capitare vada in altra maniera. Non è necessario viaggiare nello spazio, basta farlo nel tempo. In latino, appunto, non andava come oggi in italiano. Per farla semplice, ciascun tipo di disgiunzione aveva una forma appropriata. «Aut» per l’esclusiva. «Vel» per l'altra. Quindi, per dire, «F aut M», allAnagrafe, ma «mamma e papà vel due mamme vel due papà». L'italiano venne fuori dal latino quando, per il latino, le cose si misero al peggio. E «o» viene da «aut». Che ne è stato di «vel»? Perduto nella catastrofe. La gente disse «aut» anche quando avrebbe dovuto dire «vel». Gente rozza ma di mondo, di tendenza: ad «aut» universale arrise il successo. Forse qualcuno se ne scandalizzo. «Aut» ovunque, che orrore! Poi, si lasciò perdere. Contro un andazzo non si può andare. Secoli dopo, l'andazzo genero appunto l'italiano, tra l'altro. Per secoli, avanti così, grossolanamente. Ci si abitua alle ambiguità e non ci si fa caso. Parli una lingua e pensi che ciò che la tua lingua ti permette di dire sia corretto, preciso e sufficiente.

Per cogliere però che ci sono «o» differenti basta fermarsi a pensare sul banale caso di «Mare o montagna, amore, va bene; stavolta, pero, senza tua madre: me o lei, decidi!». «Me o lei»: «o» è «aut». Nessuno lo tocca. «Mare o montagna»: «o» è «vel». È differente dall'altro, perché non trovargli un sostituto? Da un po' s'è fatto avanti «piuttosto che». È forma di altra funzione, lontana parente della disgiunzione. Si adatta alla disgiunzione solo per il giusto e crea altrove un marginale cortocircuito. L'ambiguità perversa di «o» non è tuttavia meno scandalosa: se lo pare è solo perché è perversione praticata da sempre. L'antico guasto si ripara così con una forma riciclata. Non si dice che riciclare è bene? Insomma, la differenza tra «aut» e «vel» torna alla luce. È rivestita alla buona, con un abito di fortuna. Più d’uno arriccia il naso. Tranquilli. Se la cosa avrà successo, doma- ni la si dirà elegante. Anzi, l'unica possibile.

C'è infine la faccenda della consapevolezza. Chi usa tale «piuttosto che» sa ciò che fa? No. A orecchio, percepisce che disgiunzioni ce ne son due. Non usa «piuttosto che» per l'esclusiva. Agisce selettivamente. Ha il suo rigoroso criterio grammaticale. Chi parla non sbaglia. Al linguista, se ci riesce, spetta capire cosa succede. Dalla bocca di parlanti del genere, la lingua sta eruttando un «piuttosto che» che vale «vel». La differenza tra «aut» e «vel» è rimasta nascosta per secoli, acquattata nel fondo del sistema. La lingua la rimette in circolazione. Per farlo, si serve di parlanti sensibili alle mode, solerti nel cambiamento. E vindici, inconsapevoli e paradossali, del valore di una parola di Cicerone. All'anagrafe, appunto, «M o F». Ma «Ho deciso. Entro l'anno mi sposo. M piuttosto che F, che importa?».

Gente odiosa? Forse, ma poco da farci. Odiosa fu anche la gente che prese a dire «aut» per «vel». Chi cavalca un andazzo è sempre intollerabile. «Piuttosto che» è l’emblema di un andazzo. La lingua ha bisogno di gente così per mutare d'abito di tanto in tanto, nel suo perenne movimento. E ha tempi lunghi, diversi dagli umani, brevissimi. Le sue vendette sono sempre gelide. Le sue ironie feroci. Il suo corso implacabile.


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view