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QUANDO I NEOLOGISMI SERVONO ANCHE PER NON FARSI CAPIRE

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 23 febbraio 2015

In fondo tutte le parole, anche quelle vecchie, sono state nuove. Per questa ragione occuparsi, o addirittura preoccuparsi, di neologismi è compito più rilevante di quanto possa sembrare a prima vista. È vero, le parole sono la superficie mutevole del «sistema lingua», che non toccano le profondità della sintassi. Ma la superficie del mare che ci sta di fronte è ciò che vediamo con più facilità, o forse sarebbe meglio dire è ciò che «guardiamo», godendone giustamente senza porci troppi problemi. Se però ci concentriamo su questa superficie, se ne possono scoprire delle belle, dai colori cangianti delle acque alla versatilità dei moti ondosi. E così sono le parole di una lingua, che cambiano e si evolvono nell'eterna rincorsa a un mondo sempre più rapido. Oggi e domani a Firenze, con il contributo di Coscienza Svizzera, nella sede dell'Accademia della Crusca il lunedì e della Dante Alighieri il martedì, si terrà il convegno «La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi», dove autorevoli specialisti diranno la loro su un tema che spesso fa discutere animatamente anche i non addetti ai lavori. Fra le relazioni segnaliamo quella del Presidente della Crusca Claudio Marazzini, che risponderà all'intrigante domanda «Perché in Italia si e tanto propensi ai forestierismi?» e le «Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole» di Luca Serianni, vicepresidente della Dante, mentre Michele Cortelazzo perorerà l'opportunità di «Un monitoraggio dei neologismi incipienti», partendo dall'idea che se si vogliono proporre efficaci equivalenti di certi neologismi è indispensabile agire tempestivamente. Tanto per dire, per il jobs act di Renzi e per la voluntary disclosure che toglie il sonno a molti, forse e già troppo tardi. O forse va bene cosi, basta capirsi... Ma se il problema sta proprio ! In effetti c’è neologismo e neologismo: fra i numerosi anglicismi ci sono neologismi tecnici (termini monosemici, che veicolano rigorosamente un unico significato) e neologismi generali più o meno facili da pronunciare e più o meno facilmente adattabili. Ma il «jobs act» e la «vidì» rimandano in ogni caso a una notevole complessità e dietro a queste due parole ci sono cambiamenti di sostanza, non sempre limpidi. Proprio per questo la scelta dell'inglese rischia di non essere casuale.

Ma se l'italiano, lo si sa, è lingua aperta e libertaria (c’è chi dice sbracata...), come si comportano le altre lingue? Per il francese, il portoghese, lo spagnolo e il catalano diranno la loro martedì John Humbley, Teresa Lino e Gloria Clavena Nadal.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché affannarsi a dire in italiano ciò che magari può essere detto più sinteticamente, con più precisione e efficacia, usando parole di un'altra lingua, in particolare dell'angloamericano. La domanda è pertinente e ci rimanda ad una classificazione delle parole nuove, che può essere fatta in vari modi e che qui possiamo ridurre all'osso della vecchia distinzione fra prestiti di lusso e prestiti di necessità o, se vogliamo, fra prestiti utili e inutili. Ma forse una vera distinzione da fare oggi sta altrove, ovvero, indipendentemente dalla lingua d'origine, fra i prestiti che «chiariscono» (come i tecnicismi veri, precisi e inequivocabili) e i prestiti che «oscurano». Perché dietro al provincialismo degli anglicismi inutili, qualche volta non sta solo un po’ di provinciale puzza sotto il naso, ma anche la malcelata intenzione di non farsi capire. Insomma un conto è il «default» e un conto la «bancarotta» o il «fallimento». O forse sono la stessa cosa, ma è meglio non dirlo in italiano, dato che certi processi economici delicati forse in inglese si nascondono meglio.


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