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Una lingua deve aver cose importanti da dire

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 10 gennaio 2011
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Pagep.29
Column-

Dal due al quattro dicembre scorsi Firenze ha ospitato il nono convegno dellAssociazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI). L'incontro, organizzato in collaborazione con l'Accademia della Crusca, si è occupato di «Storia della lingua italiana e storia dell'Italia unita: l'italiano e lo stato nazionale».

Significativamente ad aprire i lavori su una questione di tale respiro sono stati due «grandi vecchi» della linguistica italiana, ovvero Tullio De Mauro e Francesco Sabatini: entrambi alla soglia degli ottant'anni ed entrambi brillanti e lucidissimi nel rendere conto di un percorso linguistico e istituzionale con tante luci e tante ombre, che certamente si riverberano e si allungano anche sulla Svizzera italiana.

De Mauro, lamentando l’assenza di una compiuta storia della scuola italiana nel suo complesso, ha posto l'accento sul ruolo ovviamente fondamentale dell'italiano in un'Italia con un grande indice di diversità linguistica (basti pensare alle numerose minoranze linguistiche storiche recepite dalla legge 482 del 1999).

Molti i dati forniti in prospettiva storica, per arrivare a un bilancio preoccupante per la scuola italiana di oggi, in particolare rispetto alle indagini PISA su lettura e comprensione. De Mauro ha però ricordato altri dati, impressionanti e neppure troppo lontani (alla partenza della Repubblica nel 1948, il 66% non praticava l'italiano e il 59% non aveva neppure la licenza elementare), per evidenziare il ruolo comunque sostanziale e trainante di una scuola nella quale «tante ombre persistono».

Sabatini si è dal canto suo riallacciato al «suo» concetto di «italiano dell'uso medio», evidenziandone alcune tappe intermedie significative, quali quella dell'educazione linguistica legata allo sviluppo del boom economico negli anni Ottanta o quella della saggistica leggera di certo giornalismo che, promuovendo tratti del parlato, ha favorito una «nuova norma senza forti regionalismi e lontana dai popolarismi». Sabatini ha poi rilevato che dalla nascita dell'«italiano dell'uso medio» sono ormai passati 25 anni (ovvero un sesto del totale unitario) e che oggi le novità con evidente impatto linguistico sono tante.

Fra le altre ricordiamo le nuove tecnologie della comunicazione, le interferenze dall'inglese, il ruolo della globalizzazione e dei linguaggi settoriali. Pur dichiarando che la scuola italiana non possiede ancora dati sufficienti e auspicando nuovi rilevamenti articolati, Sabatini ha affermato che «il processo di neostandardizzazione della lingua italiana prosegue almeno per la classe medio alta, che ha ormai acquisito un italiano sciolto e deregionalizzato». Fra le molte altre relazioni possiamo soffermarci qui solo su «A che punto è lo studio dell'italiano fuori d'Italia?» di Claudio Giovanardi e Pietro Trifone. Di questa recentissima inchiesta, che appare davvero completa e promettente, si sono potuti fornire solo i primi risultati.

Dapprima va evidenziata l'eccellente rispondenza avuta da parte di tutti, dicasi «tutti», gli istituti di cultura italiana all'estero di fronte alla somministrazione dei questionari, mentre fra i segnali positivi va sottolineato l'aumento degli studenti di italiano nel mondo, cresciuti del 50% negli ultimi dieci anni.

Preoccupa per contro il calo riscontrato per la percentuale di coloro che dichiarano di studiare l’italiano per «motivi di lavoro». Risultato che andrà analizzato in profondità (soprattutto in contrapposizione alla generalizzata motivazione «tempo libero») e che per quanto riguarda il futuro della lingua italiana rimanda dritti alla icastica esortazione del Tommaseo (opportunamente citato da Massimo Fanfani, ultimo scrupoloso relatore che ha parlato de «La Crusca nell'Italia unita»): una lingua «deve aver cose importanti da dire».


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