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L'invadenza di traslati e metafore

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 30 aprile 2011
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Page22
Column-

Un aspetto della lingua che i dizionari e i repertori di neologismi non riescono sempre ad afferrare è l’uso di traslati curiosi che si ritrovano ogni giorno e in abbondanza in ogni settore del quotidiano: la politica, la cronaca, l'economia, la cultura, l'intrattenimento e così via. Ogni articolo pullula di traslati e di metafore.

Faccio subito un esempio: «La sete di ingegneri parla tedesco»: è un titolo del «Corriere della sera» dell'8 aprile. Che diavolo vorrà dire?, si chiede perplesso il signor Rossi.

Per fortuna una provvidenziale didascalia chiarisce tutto: «Bosch conta di assumere 9.000 persone nel 2011. Diverse opportunità anche in Italia». Ah, meno male. Tutto è chiaro. Ma c'era proprio bisogno di mettere due traslati in una frase di sei parole? Il titolista risponde di : era necessario. L'attenzione dei lettori si cattura cosi, con le stranezze. Ormai ci siamo tanto abituati che non ci meravigliamo più dell'uso, diciamo metaforico, dei verbi «tradurre» e «dialogare». E così un sarto può dichiarare: «Traduco in italiano lo stile dei sarti inglesi». Si vuole ammodernare una vecchia casa di campagna? Ecco pronto un consiglio: «Il tetto coibentato, i pavimenti in ossido vermiglio, le porte raso-muro dialogano con la preesistenza». Guardi, signor Rossi, il «dialogo» è un traslato e «preesistenza» non è un termine filosofico: si riferisce alla casa prima dell'ammodernamento. Tutto chiaro?

Per fortuna c’è sempre il gioco del calcio. È una fonte inesauribile di metafore. Tutti scendono in campo, compiono azioni spericolate, cercano si segnare: un famoso attore di teatro «entra a gamba tesa nel malato immaginario». Come uscirà Molière dallo scontro?

Oltre alle immagini suggerite dallo sport ci sono i ricordi di scuola, inesauribile risorsa per giornalisti e inviati speciali.

I grandi scrittori del passato sono spesso tirati in ballo (a proposito e a sproposito). Il signor Rossi ricorderà certamente «La lupa», il famoso racconto di Giovanni Verga. Che ne direbbe di un abbinamento con il nostro premier? Eccolo servito.

In un articolo, intitolato «Le lupe di Arcore» (da «la Repubblica» del 29 gennaio), si entra nella grande letteratura: «Ancora un passo, dunque, e Nicole Minetti, diventa la lupa verghiana, quella che allupa e poi sbrana Berlusconi. (...) Sono donne le mine vaganti del berlusconismo. Sono la sua cintura esplosiva: dinamite fatta mammifero». Ammiriamo la successione delle immagini: dal nostro Silvio alla Minetti, dal sesso al cannibalismo, da Verga al terrorismo islamico, fino all'esplosione finale.

Di fronte a tale perizia stilistica i so - liti neologismi che il linguista va raccattando qua e nelle pagine dei giornali sono poca cosa: la «docu-opera» presentata al Metropolitan Museum di New York, le 60 mila «app», cioè applicazioni, del nuovo iPad2; la «flexicurity» promessa a chi investe in Borsa (qualcuno ha suggerito benignamente la «flessicurezza»); lo «tsunami umano», cioè l'immigrazione in massa dei nordafricani verso Lampedusa. Ma che cosa sono queste piccole novità? Quisquilie, pinzillacchere, diceva il grande Totò. L'avvenire della nostra lingua, signora mia, è nei traslati e nelle metafore.


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