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Il linguaggio giornalistico nell’ era dell’«infotainment»

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 27 marzo 2009

Ahinoi! Un pericolo incombe sulla nostra società: la noia. Sono in molti a crederlo: soprattutto gli addetti alla comunicazione di massa. Che cosa succede? Abituato ai ritmi della televisione, appagato da Internet, divertito dai vari videogiochi entrati nel nostro modo di considerare il mondo, l'uomo di oggi incontra qualche difficoltà a trasformarsi in un lettore attento e paziente. Prende in mano un libro o un giornale, ma se il discorso non è breve, facile e divertente, c'è il caso che il nostro uomo si annoi e quindi «cambi canale» rapidamente.

Bisogna essere brevi e divertenti: questa è la parola d'ordine. La televisione ha fatto scuola e questo modello è imitato da molti. Gli addetti ai lavori hanno promosso nei media sia la «diversificazione» (cambiare spesso argomento), sia la velocizzazione dei processi di trasmissione dell'informazione. Bisogna diversificare, correre e, naturalmente, riprendere i colori e lo stile del piccolo schermo. Per chi s'interessa di questi fenomeni la prima cosa da osservare è la moltiplicazione e la contaminazione dei formati e dei generi, causa e, al tempo stesso, effetto dell’allargamento dei temi. Il prodotto più visibile di questa contaminazione e l’«infotainment». Come dire: caro lettore, ti do le notizie, ma al tempo stesso voglio (anzi devo) divertirti. L’addetto ai lavori, quando racconta qualcosa o da un’informazione o giudizio, deve innanzitutto muovere guerra alla noia: di qui la necessita di cambiare di continuo la focalizzazione narrativa per il timore di tediare il lettore o lo spettatore.

Così la grammatica giornalistica è costretta a coniugare di continuo temi diversi tra loro, a riciclare cose serie in cose meno serie, a saltabeccare tra un argomento e l’altro, mescolando fatti, commenti, battute, ammiccamenti vari. Per rincorrere la televisione i nostri quotidiani hanno adottato il «full color» e fotografie di grande formato, che spesso superano l'estensione degli articoli. Ma è soprattutto la lingua ad aver cambiato pelle. Un tempo esisteva il linguaggio giornalistico: lo si riconosceva subito, anche a distanza. Oggi il linguaggio giornalistico c’è e non c’è: appare molto mescolato, frullato con altri linguaggi. Vediamo qualche esempio del fenomeno. Un tempo i giornali della sinistra italiana erano austeri: discorsi sobri e realistici (anche se non privi di qualche punta retorica), ma nel complesso discorsi concentrati sui fatti. Oggi le cose sono cambiate: anche «l’Unità», «Il Manifesto» e «Liberazione» danno grande spazio al divertimento e al gioco linguistico. Come negli altri quotidiani, la cronaca è diventata un racconto, pieno di allusioni e di ammiccamenti. Nella prima pagina dominano grandi foto. I titoli sono giochi di parole, non sempre chiarissimi (presuppongono un lettore di buona memoria). Anche «l'Unità» scherza. Ecco qualche titolo recente e diventato quasi incomprensibile a distanza di pochi giorni; sono legati ai fatti in modo tale che debbo necessariamente aggiungere una spiegazione: «La scoria / si ripete» (siamo all'indomani dell'accordo Berlusconi-Sarkozy sulla costruzione di centrali nucleari; «scoria» sostituisce «storia»); «Ronda anomala» (gli ausiliari della sicurezza cittadina sono confrontati con l'«onda anomala, lo tsunami). Oppure, in «Tuttolibri (supplemento della Stampa) ho letto di recente un breve articolo, scritto da un noto studioso. Ti tolo: «Affrontare i testi a colpi di karatè». Parlando di Gianfranco Contini e di Roberto Longhi, si afferma: «Nelle loro indagini essi erano capaci di sorprendere il punto’segreto, l'ombelico attorno a cui si costituiva l'intero sistema del- lo scrittore o del pittore studiato e li portavano un magistrale colpo di karate». Bella mossa! Ma, perbacco, questo colpo avrà colpito anche i lettori di «Tuttolibri»?


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