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TESTI GOLIARDICI, TESTI DISINFORMATI, TESTI SERI

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 02 ottobre 2009

Sarebbe proprio una bella idea se in una delle nostre facoltà di Lettere si assegnasse una tesi dal titolo: «Italiano e dialetti nell'estate del 2009». La ricerca dovrebbe avere la sua base nella stampa (quotidiani e settimanali) con qualche escursione nei telegiornali.

Si potrebbe cominciare immaginando una divisione del campo. I testi che nei mesi scorsi hanno affrontato la suddetta questione si possono distinguere in tre gruppi: 1) testi goliardici, 2) testi disinformati, 3) testi seri. Qui di seguito mi proverò a dare qualche esempio.

«Testi goliardici» sono, per esempio, quelli prodotti da coloro che sostengono la necessità di un'informazione d'interesse nazionale in dia- letto: quindi un quotidiano in dialetto, un telegiornale in dialetto, discorsi assembleari in dialetto e così via.

La cosa più interessante (provare per credere) è considerare attentamente come dovrebbero essere tradotti in un dialetto (o pseudodialetto egemone) i termini tecnici della politica, dell'economia, delle scienze e delle tecniche. Tanto per cominciare, si potrebbe provare con «gabbie salariali» e con «contrattazione decentrata» in bergamasco, bellunese, barese e siciliano.

Tra i «testi disinformati» spiccano le affermazioni di coloro che credono in buona fede all'esistenza di un unitario «dialetto lombardo», di un unitario «dialetto veneto» e così via, mentre è ben noto che esistono i «dialetti lombardi», i «dialetti veneti» ecc. ecc.

In mala fede sono invece quegli amministratori locali che sfruttando tale ignoranza chiedono fondi per comporre impossibili dizionari del lombardo, del veneto o per trasformare ogni sagra della polenta o della castagna in evento culturale e linguistico. Nella società di oggi i dialetti «fanno audience», fanno simpatia, fanno voti e fanno soldi.

E così, con la scusa della difesa del territorio, delle radici, del «dialetto-più-autentico-della-lingua», del «questo-si-può-dire-in-dialetto-ma-non-si-può-dire-in-italiano» ecc. ecc. si attingono ai fondi europei dedicati alla difesa delle varietà linguistiche locali e minoritarie, fondi spesso distribuiti indiscriminatamente con qualche leggerezza. Rispondendo a una lettrice ben informata sui fatti suddetti, Corrado Augias confessa di aver ignorato a lungo che «la ricerca sui dialetti diventa in realtà una ricerca di fondi comunitari» (la Repubblica del 6 settembre). In Italia anche le persone colte non conoscono a fondo la politica della lingua e dei dialetti con tutti i suoi annessi e connessi.

Per quanto riguarda i «testi seri», vale a dire informati sulla storia e sulla situazione linguistica del nostro Paese, ve ne sono stati molti, per fortuna. Mi limito a segnalare un articolo di Vittorio Messori «Italiano, una lingua democratica» (Corriere della sera del 19 agosto), in cui, contro il ferragostano tormentone leghista del rapporto tra italiano e dialetti locali, si ricorda una cosa molto importante.

A differenza del francese, del castigliano, dell'inglese, del russo e del mandarino, tutte lingue che si sono imposte con la forza, «due sole grandi lingue, divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti: il tedesco e l'italiano». Hanno trionfato, la prima grazie alla Bibbia di Lutero, la seconda grazie ai nostri grandi scrittori del Trecento. Entrambe, quindi, lingue democratiche. E pertanto: meditate, gente, meditate.


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