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L’italiano a Malta

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 1 aprile 1998
NewspaperFamiglia Cristiana
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page[…]
Column1

Ecco un interessante libro appena uscito: Arnold Cassola, L'italiano a Malta. Storia, testi e documenti (Malta University Press). So bene che si tratta di un’opera il cui reperimento nelle librerie presenta qualche difficoltà, ma ritengo valga la pena non farla passare sotto silenzio. Eccone il contenuto. Il libro porta una scelta di testi commentata (più ampia di quella allestita dallo stesso autore per il volume del 1994 L'italiano nelle Regioni, Utet), per mostrare l'uso del siculo-maltese e dell'italiano nellisola dei Cavalieri, dove l'italiano si affermò dal Cinquecento, e sopravvive tuttora, pur dopo la recente forte anglicizzazione; ancora oggi a Malta si vive un'esperienza unica al mondo: le classi alte sanno parlare l'italiano, mentre gli incolti sanno solo l'inglese, oltre, ovviamente, al maltese simile all’arabo. Tra i documenti inclusi nell'antologia, il più antico (1409) è una supplica al Re di Aragona e Sicilia. Tra i documenti più recenti, c'è una protesta del 1955 per la mancata nomina di un professore alla cattedra d'italiano dell'università, e c'è una prova dellesame di Matrikola di livello avanzato, una specie di maturità. Tale tema, scritto nella nostra lingua, è stato scelto tra quelli dei 286 candidati presentatisi nel giugno 1989. Di essi solo 193 hanno superato l'esame! Che le scuole di Malta siano più severe delle nostre?

Percoche, cioè pesche

Don Giuseppe Santulli di Napoli non è riuscito a trovare nei vocabolari le percoche di cui si parla in FC n. 40 del 97, p.162. I vocabolari in genere non portano percoche perché ritengono che sia una forma dialettale meridionale (l'etimologia è da praecocus, da praecox, precoce). È evidente, però, che nell’articolo di Elena Garibaldi, citato dal lettore, ci si riferisce ad un uso tecnico di percoche, da parte di docenti di Agraria dell'Ateneo di Torino. Nell'articolo si citano varietà di percoche come la Orion la Sweet red, la Andross, la Caroson. È chiaro, dunque, che gli specialisti, nel loro linguaggio settoriale, hanno ora assunto in modo tecnico il vecchio dialettismo, mutandone la funzione.

Il passivo con il verbo venire

Il dott. Carlo Clara di Montanaro (Torino) chiede come mai e da quando il verbo venire ha assunto la funzione di essere nella formazione dei passivi. Nell'italiano antico venire con il participio serviva a esprimere il senso del fortuito e dell’involontario: mi venne pensato lui avere... (Boccaccio) valeva pensai all'improvviso che lui.... Quando Boccaccio scrive «a Teseo venne detto de’ due Teban...», il senso è ben diverso da quello che sembra: significa a Teseo scappò di dire, Teseo disse (non fu detto a Teseo!). Solo in scritture meno eleganti, o popolari, compaiono i primi esempi di venire come passivo, ad esempio nel volgarizzamento trecentesco della Legenda aurea, dove si legge: «El latro per el primo e secondo latrocinio viene battuto; al terzo, li viene mozata la mano; quarto, viene punito nel troncare del piede» (descrive i costumi dei Musulmani). Ma si tratta di un'attestazione rara, perché questa forma di passivo diventò comune molto più tardi, a partire dalla seconda metà del Cinquecento e anche dopo. Nel Settecento è ormai frequente, ad esempio nelle commedie italiane di Goldoni (del resto ste cause no vien dite non vengono dette era già in antico veneziano). Questo passivo ha avuto un grande sviluppo in italiano, anche per la sua chiarezza: si confronti la porta è chiusa (equivoco) con l'inequivocabile la porta viene chiusa. Indica un'azione in atto, e si usa solo dove non c'è il participio stato.


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