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Campare

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 14 febbraio 1990
NewspaperFamiglia Cristiana
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page157
Column3-4

La lettrice Giovanna R. di Arezzo legge su un quotidiano la lettera di un insegnante, in cui si dice: «Vivo col mio solo stipendio, col quale devo campare moglie e un figlio». Ma campare, chiede la lettrice, non è intransitivo, non significa vivere, cavarsela, provvedere alla propria esistenza"? Si può usare in senso transitivo col valore di mantenere? In realtà l'uso di campare vede generalmente il verbo all'intransitivo; si ha tuttavia abbastanza spesso un campare la vita nel senso di viverla in modo piuttosto stentato: «Campava una vita grama, piena di difficoltà». Ma c'è anche il campare con il vero e proprio significato di mantenere; eccolo per esempio nel dizionario del Tommaseo: «Campare i figliuoli, nutrirli, dar loro il campamento. Dicesi di chi deve farlo con fatica o industria: quasi scamparli dalla necessità»; sempre acuto il grande Niccolò.

Edizioni

Non si deve sorprendere, cortese lettore Giorgio S. di Orvieto, dell'importanza data a certe edizioni famose nella nostra letteratura; in alcuni casi hanno infatti perla prima volta offerto opere fondamentali in una veste finalmente adatta ai contemporanei e sulla quale si sono fondate le successive edizioni, giunte poi con graduali miglioramenti fino ai giorni nostri. Faccio un esempio che si legge nella Storia della lingua italiana di Bruno Migliorini: nell'autografo del Petrarca un verso del primo sonetto del Canzoniere appare così: «Quādera ī parte altruom da ql chi sono»; nell'edizione di Aldo Manuzio del 1501 possiamo capire qualcosa anche noi: «Quand'era in parte altr'huom da quel, ch'i sono». Certo a volte gli editori per ammodernare sostituivano arcaismi, latinismi eccessivi e dialettalismi, rasentando anche l'abuso, come quando nell'edizione aldina il canto e il pianto degli uccelli che nella scrittura del Petrarca fanno retentir le valli si mettono a far risentir le valli: al poeta era sembrato più armonioso il francesismo retentir; bisogna arrivare alle edizioni più rispettose dell'autore per ritrovarcelo.

Amerasiatico

«In una conferenza ho sentito accennare a ragazzi amerasiatici: chi sono?». Patrizia V., Treviso. Sono figli di americani di razza bianca e di donne di razza gialla; il vocabolo è un adattamento dell'inglese amerasian. A G. De Rosa, Napoli: certo, i testi, la letteratura sono importantissimi per la formazione e lo sviluppo di una lingua, oltre che per il suo apprendimento; già scriveva nel Cinquecento Girolamo Muzio: «Da' libri bisogna imparare a scrivere, ributtando la opinione di coloro, che hanno per sofficienti maestri di buona lingua le balie, e il popolo». Tuttavia nessuno può ignorare la fondamentale importanza del parlato; se torniamo al solito Cinquecento ecco la tesi di Benedetto Varchi che dice addirittura: «Lo scrivere non è delle lingue, ma cosa accidentale, perché la propria, e vera natura delle lingue è che si favellino, e non che si scrivano, e qualunque lingua che si favellasse, ancora che non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo»; certo è, riconosce il Varchi, che una lingua senza scrittori non è nobile.


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