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Pronomi di cose

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 4 aprile 1990

R.T. di Asti ha notato quella che le pare una contraddizione della grammatica. Nelle frasi «Compro una mela e la mangio», «Prendo un libro e lo leggo», lo e la, stando alla definizione ufficiale, sono pronomi personali. Ma come si fa a dire che sono personali? Sarebbe possibile parlare piuttosto di pronomi di cose? Rispondo che non ci deve stupire la difficoltà. Le parole tecniche che si usano per definire gli elementi della lingua sono spesso frutto di princìpi filosofici o di idee antiche. Quando diciamo sostantivo, ad esempio, per indicare un nome, adoperiamo una parola che si rifà al conetto di sostanza, che risale ad Aristotele. Quando parliamo dei pronomi personali succede qualche cosa di simile. Nessun problema per i pronomi di prima persona singolare e plurale (io, noi, mi, ci), che si riferiscono a colui che parla; tutto bene per la seconda persona (tu, voi, ti, vi), i quali rappresentato l’interlocutore. La terza persona, però, a norma di grammatica, può indicare cose, oltre che persone. L’equivoco nasce dal significato del termine persona, che in grammatica non vuol ire individuo, essere animato, ma categoria grammaticale, cioè ruolo, funzione nella frase. Non si dimentichi che in latino persona è prima di tutto la maschera dellattore, e quindi il ruolo che egli ricopre, la parte che recita. Anche i pronomi sono attori che recitano una parte nel teatro della frase.

Cachi

La professoressa Maria Rita Usai Cuccu, dalla Sardegna, segnala l’esistenza di un manuale scolastico dove ha trovato una parola sospetta: caco, al posto del legittimo cachi (cacki, kaki). Naturalmente la parola sospetta è stata subito accolta dalla bambina, la quale ha scritto caco sotto un bel disegno del frutto. È così grave? Abbiamo visto che ci sono molte e diverse grafie di cachi. L’oscillazione di grafia è la traccia che ci guida verso il riconoscimento all’origine esotica di questa parola. Il cachi è una pianta originaria della Cina e del Giappone, come in altri casi (ananas, arancio, avocado, kiwi) assieme al frutto ci è giunta anche la parola per designarlo. Questa parola, però, aveva una forma strana (kaki, caki): la k, infatti, non è un segno grafico comune in italiano. Alla fine c’è stato un adattamento completo: cachi. Qualcuno, però, ignorando che cachi era una parola forestiera, con plurale uguale al singolare, ha cominciato a costruire un singolare inesistente. È nato così il caco (plur. cachi). Si è trattato certo di un errore, ma sono proprio gli errori a far muovere le lingue; senza di essi parleremmo ancora in latino (su questo tema aspetto di ricevere molte lettere con le opinioni dei lettori). Tornando al nostro caco, nato per errore, dobbiamo riconoscere che aveva le carte in regola rispetto al sistema dell’italiano, perché da noi è normale che le parole maschili abbiano al singolare l’uscita in -o, quella in -i al plurale. Semmai è la presenza delluscita in -i al singolare a dare imbarazzo. L’errore, dunque, ha regolarizzato il sistema (così direbbero gli specialisti), non a caso da più di vent’anni vi sono lessicografi che accettano il caco nei loro vocabolari, pur con il rinvio alla voce cachi.

Una breve risposta a Monica di Padova. Certo, il plurale di incinta è incinte, ed è assolutamente regolare (ma solo femminile).


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