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Troppa la pratica ma poca la teoria

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 30 ottobre 1988

Avevamo accennato in questa pagina (2 ottobre) a due bilanci prossimi venturi: uno sullo stato degli studi linguistici italiani, un secondo sullo stato dell’italiano.

Il primo si è avuto a Capri, nel Congresso internazionale della Società di linguistica italiana. Erano stati chiamati decani della linguistica internazionale, come Yakov Malkiel, e più giovani inglesi o svizzeri e linguisti dell’Europa del Nord e dell’Est. Ciascuno ha detto la sua sugli studi italiani di linguistica e sulla loro capacità di intervento nel dialogo scientifico internazionale.

Con la loro non smarrita sensibilità per la storia, con la loro disponibilità a usare una pluralità di metodi per analizzare il materiale di studio, i linguisti italiani sembra che siano riusciti a recuperare buona parte del grave distacco che separava in questo campo il nostro da altri paesi ancora negli anni Sessanta.

Va meno bene l’assetto degli studi entro l’università. Nella cultura, nell’editoria, nel confronto internazionale gli sviluppi sono positivi. Nelle università è un altro discorso. Achille Tartaro, preside di Lettere della Sapienza ha esortato le matricole a studiare materie impegnative e serie, come la linguistica generale. Egli però non ignora che in molte facoltà italiane questo insegnamento manca. E vi manca un insegnamento di dialettologia italiana.

In genere l’articolata compagine delle scienze del linguaggio è anche sottorappresentata in tutte le facoltà di Lettere e di Magistero. Peggio ancora: quasi dappertutto le cosiddette lingue straniere sono insegnamenti di storia e critica letteraria, non di pratica di teoria e storia delle varie lingue. , come in altri paesi, si insegnano istituzioni della lingua nazionale.

IPSE DIXIT

Mario Alighiero Manacorda è ammirato e amato come storico e teorico dell’educazione e per la sua laica fierezza, così preziosa in tempi di tristi rinunzie alla laicità. Ma anche a lui un purismo troppo accigliato impedisce di veder bene. In un articolo recente egli si scaglia con troppa ira contro l’uso di «mi sei mancato», che sarebbe un calco evidente dell’inglese «I missed you», presente solo nel doppiato di film americani, non nell’uso reale della nostra lingua. Ma davvero?

Vediamo un po’. «Con tono affettivo, mi manca, di cosa o persona di cui si sente la mancanza, il desiderio, il rimpianto»: così annota il Lessico universale italiano con parole forse scritte, certo vagliate da Guido Martellotti, Bruno Migliorini, Aldo Duro, Ignazio Baldelli. Noti anglicizzanti? Se , evidentemente ricalcava l’American English anche Tommaseo: «Quando diciamo: Questa cosa, quest’uomo mi manca, esprimiamo un sentimento di tal mancanza più o meno doloroso». Frugando, scopriamo che anglicizzava anche Petrarca, in morte di Madonna Laura (sonetto 299, verso 13). De Sanctis ricordava le parole dettegli una volta da Leopardi: «Nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento. Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcun esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile».

VOCABOLARIO

Shiatsu. Sui muri di Roma si annunzia un corso per formare specialisti di shiatsu. La parola manca in vocabolari anche aggiornati. Si riferisce a una tecnica terapeutica, un massaggio con le dita nelle aree interessate (pare) anche all’agopuntura. Tutto ciò è ben detto dall’originaria parola giapponese: shiatsuryoho (le due o sono lunghe) che, per un giapponese, significa «terapia (ryoho) della pressione (atsu) con le dita (shi)». Per noi, un alone di mistero circonda la parola. E la cosa furoreggia, al momento, dagli Usa all’Europa.

USI E ABUSI

In Fiat. «Resto in Fiat per almeno sei anni», avrebbe detto Giovanni (dice La Stampa) o Gianni (secondo gli altri) Agnelli, stando ai titoli di giornali della fine di settembre, primi d’ottobre. Al solito, la frase del titolo tra virgolette non ha riscontro nei testi. Non è dato sapere che mai esattamente disse l’Agnelli. In giornali del Centro-Sud in Fiat dei titoli è poi reso con alla Fiat. Qualche purista anni fa condannava questo a locativo con nomi di città, strade, aziende. Ma è di ottima lingua, da Boccaccio a Pavese. Solo, rispetto a in, è più colloquiale ed è più diffuso di in a Roma e nel Sud.

Indovina a che gioco giochiamo

Sulla dilagante mania contemporanea dei giochi di parole, seconda solo agli oroscopi, bisognerà tornare. Intanto, per gli amanti del genere, e per gli insegnanti che, seguendo la brava Ersilia Zamponi, se ne servono a scuola, una notizia. Giuseppe Bellosi ripubblica presso l’editore Maggioli di Rimini alcune raccolte sette e ottocentesche di divertenti giochi verbali e indovinelli romagnoli: Sotto mentite spoglie. Gli indovinelli sono in lingua rusticale e vernacula e spesso un po’ scollacciati.

Bellosi accompagna i testi con introduzioni e note di pregio.

Tra i più castigati, ecco la vite: «Sto abbracciata notte e dì/ e lu stà abbraccià con mi,/ con il caro mio moros,/ e no m’ha ancor quel cos».


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