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La scuola parla, il governo tace

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 26 febbraio 1989

I grandi lamenti sul linguaggio dei giovani paiono al momento tacersi. Una divertente vignetta di Altan («Ma tu l’hai letto il Manzoni», dice una bambinetta a una madre sgallettata; «Certo, che non si vede?», fa quella) ha fatto giustizia del falso confronto tra le generazioni. I ragazzi hanno una scolarità tripla rispetto a quella dei nonni, doppia rispetto a quella dei babbi. Bene, se le sciocchezze si tacciono. Meno bene se cade il silenzio anche su questioni di fondo, cioè sul funzionamento e la Sorte della scuola media superiore che più e meglio dovrebbe garantire alti Tivelli espressivi, intellettivi e professionali alle persone giovani.

Evandro Agazzi, autorevole filosofo direttore della rivista Nuova secondaria, nell’editoriale del numero di febbraio dice cose giuste. Dopo l’ondata scandalistica di notizie inventate e commentate pro e contro l’inesistente, a proposito delle bozze di nuovi programmi dei bienni della media superiore, ora regna il silenzio. E, lamenta Agazzi, anche una certa inerzia del governo.

Che scuola progetta il governo per il nostro paese? Silenzio, reticenze, segreti. Pare di capire che, in ogni caso, sia eluso il problema di fondo: ragazzi e ragazze d’oggi vanno a scuola assai più di babbi e mamme ma pochissimo rispetto ai coetanei degli altri paesi della Comunità Europea. A quote di scolarità mediosuperiore dell’80 per cento in altri paesi Cee, corrisponde da noi appena il 38 per cento di giovani che arriva al diploma. Il doppio di scuola dei genitori, ma la metà dei coetanei europei. E, con la quantità, sta male assai la qualità dei contenuti didattici. È troppo chiedere, per favore, un po' di atti di governo?

IPSE DIXIT

Il discorso inaugurale del nuovo presidente degli Stati Uniti George Bush ha suscitato molta attenzione. Il testo è stato minutamente analizzato. In estrema sintesi, esso pare riassumersi nella frase: «This is the age of the offered hand», «Questa è l'epoca della mano tesa».

Del discorso si è apprezzata la brevità, la concisione e chiarezza delle frasi. Bush (o chi ne amministra le scelte stilistiche) predilige la giustapposizione di proposizioni o la loro coordinazione con un and (e) ed evita invece le frasi costruite facendo dipendere molte proposizioni subordinate da una principale. Egli spinge la sua simpatia per l’and fino a usarlo con notevole frequenza in apertura di periodo. Qualcuno (a torto) ha messo in dubbio la legittimità grammaticale di quest’uso. Altri hanno ricordato che già Dwight Eisenhower e John Kennedy nei loro discorsi inaugurali avevano usato un paio di volte questo and espletivo (cioè che completa e spiega aggiungendo). Un’occhiata all’Oxford Dictionary poteva rivelare che, prima dei presidenti americani, già Shakespeare praticava quest’uso. Ma per un americano come Bush c’è un precedente che conta di più: buona parte dei versetti e delle frasi iniziali della Bibbia comincia con and. Bush, magari, insiste un po' troppo nell'imitazione. E i maligni hanno osservato: «This is the age of the offered and».

VOCABOLARIO

Stacciuto. Qualche anno fa, Paolo Zolli scrisse un libro di buona divulgazione di prima mano (Le parole dialettali, Rizzoli, 1986) per dar conto dei debiti che l’italiano comune ha verso gli italiani regionali e i dialetti. Ci troviamo staccionata, vocabolo partito dalle Campagne del Sud e di Roma, ma non l’affine stacciuto robusto, grosso come un palo di sostegno. La parola vive in siciliano insieme a staccia, staccio, staccione palo di sostegno", presenti anche in altri dialetti meridionali. Nell'italiano di Sicilia stacciuto affiora nel parlato e, ora, perfino nello scritto.

USIEABUSI

Ictus. Dice Io Zingarelli: «Attacco. Emorragia cerebrale». Così è. Ma qua e capita di sentir confondere ictus e raptus, altro latinismo di origine medica (e psicologica), che Zingarelli definisce: «Impulso irresistibile a compiere azioni improvvise». Così il giornalista Nicola D’Amico, che si occupa di cose di scuola, in una rubrica intitolata Il pungiglione, scrive: «Galloni, se venisse inopinatamente colto da un ictus di sincerità...». Galloni stia tranquillo; l’ictus è solo un raptus.

Una mappa per i dialetti d’Italia

Giuseppe Bellosi, come già è accaduto di ricordare qui (30 ottobre 1988), è uno dei nostri Studiosi più attenti all'intreccio fra tradizioni linguistiche e dialettali, culture locali italiane e folklore. A lui e a Marcello Savini dobbiamo un buon volume di sintesi di alcuni anni fa, L’altra lingua. Letteratura dialettale e folklore orale in Italia (Longo, Ravenna 1980), sfuggito anche a qualche competente. Ma con l’intensificarsi dell’interesse per le letterature dialettali e le culture delle varie Italie, gli studi e i centri di ricerca si sono intanto moltiplicati a dismisura. E Bellosi si è rimboccato le maniche e ci una aggiornata cronistoria e carta geografica dei centri di ricerca universitari e locali e dello stato degli studi: Dialetti e cultura popolare nell’ultimo quindicennio: un rinnovato interesse. Lo si può leggere in apertura dell’ultimo numero, il 73, della bella rivista edita a Ravenna da Longo: II lettore di provincia.

AGENDA

Si inaugura una nuova serie di Alfabetismo e cultura scritta, la rivista diretta da Attilio Bartoli Langeli e Armando Petrucci, ora edita dal Bagatto Libri (via Monzambano 5, 00185 Roma). Abbonamento annuo: lire 27 mila.

La Chiesa ha sempre avuto attenzione per la pluralità linguistica. Lo Stato italiano, un po' meno. Se ne parlerà al Dipartimento di Scienze del linguaggio della Sapienza (via del Castro Pretorio 20) con Monsignor Pietro Rossano, rettore dell'Ateneo lateranense e con linguisti e parlamentari benintenzionati: Chiesa e Stato dinanzi alle minoranze linguistiche. Data: mercoledì 1. marzo, ore 17.


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