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Quando l’università diventa corporazione

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 18 giugno 1989

Un gruppo di studiosi di vario orientamento e notevole valore ha diffuso un appello per costituire un’associazione a tutela dello sviluppo delle nostre istituzioni universitarie e di ricerca (ne parliamo, scherzosamente, ma non troppo, in altra parte della pagina). Nell’appello c’è una domanda: come mai dopo il decreto 382 del 1980 nessuno più ha discusso questioni di fondo dell’assetto dei nostri studi superiori? Eppure, si osserva nell’appello, il 382 rinviava a leggi di riorganizzazione complessiva degli studi: nessuno (per la verità: quasi nessuno) le ha chieste e ne ha discusso.

Naturalmente, una parte della disattenzione generale per gli studi superiori andrà ricondotta alle colpe del destino cinico e baro e alla comune incuria nazionale per le istituzioni formative e di cultura (musei, biblioteche, scuola). Ma una parte dipende anche dal blocco di fatto del reclutamento di forze giovani che il 382 ha favorito, consentendo l’arruolamento d’ogni transitante nell’università durante gli anni Settanta, e soprattutto dipende dall’assetto microcorporativo e aleatorio dei meccanismi di selezione dell’accesso agli insegnamenti: entrambe le condizioni hanno reso inutile anzi pericoloso, agli occhi di molti, sollevare questioni di portata generale. Meglio non rompere le scatole alla microcorporazione, tenersi buoni tutti.

Ecco perché è rischioso mettere in discussione, come altri aspetti di portata generale, così livelli e modi della formazione in materia linguistica nelle nostre università. Ma le sollecitazioni sono tante che, sprezzando il pericolo, affronteremo qui questo rischio.

IPSE DIXIT

Lo sviluppo delle scienze cognitive non è ancora riuscito a intaccare la comune idea della mente o, più banalmente, del cervello umano. Ci si pensa come se si trattasse d’una scatola di spazio limitato in cui, se entra qualcosa, qualcos’altro deve uscirne. E si sottovalutano le possibilità d’espansione dell’intelligenza della specie umana.

Non è passato molto tempo da quando riviste anche snob pubblicavano articoli sulla morte della civiltà della parola e della scrittura, a causa del sopravvenire della malvagia e semplificante civiltà dell’immagine e della comunicazione automatica, informatizzata. Ogni nuova tecnica è stata salutata da lai per la morte delle antiche: invece la stampa ha rafforzato le potenzialità della scrittura, questa quella del parlare, e il linguaggio verbale (come spiega bene Emilio Garroni) ha esaltato e fonda le potenzialità della comunicazione non verbale.

Come attesta Henri Labot, biologo e medico, l’avvento delle nuove tecniche di comunicazione a distanza, per immagini e per via automatizzata, ha tutt’altro che cancellato le tecniche antiche. Anzi: «A giudicare dal numero di manoscritti che ricevo ogni settimana, i nostri contemporanei trovano nella scrittura un mezzo per agire, un modo per fare qualcosa che, secondo loro, è in grado di influenzare gli altri» (Dio non gioca a dadi, Eleuthera, Milano, 1989). VOCABOLARIO

Epr. Sigla di incerta lettura, epir, epierre e, secondo alcuni, anche, come in un singulto, epr. La si può leggere in documenti delle OO.SS. (nome d’arte dei sindacati) e, ora, anche in un appello giustamente preoccupato per l’avvenire delle università e della ricerca in Italia. Tra le molte chiare proposte dell’appello c’è anche quella, che a taluni può risultar non perspicua, di potenziare gli Epr. Si tratta degli enti pubblici di ricerca. Chiarito questo dubbio, l’appello, per il resto sennato, può ben essere sottoscritto.

USI E ABUSI

Questo. Un grido di dolore di Francesco Roccaforte, di Roma. Lo rilanciamo: «Ho ascoltato tutta la sera questi intellettuali che polemizzavano su questa moda di questi salotti di queste donne in carriera. Ma anche su queste televisioni che parlano parlano e poi fanno questa pubblicità su queste feste. Quale voto nasconde il malvezzo di abusare del pronome questo?». Lo stesso vuoto che, trent’anni fa, fece dilagare certo come incerto epiteto. Per fortuna, certi abusi non hanno vita lunga, e torna il tempo degli usi appropriati.

Difendiamo il diritto alla lingua

Un signore anonimo scrive una lettera ingiuriosa per una noticina apparsa qui il 19 marzo scorso. Si osservava che l’onorevole Pazzaglia ha proposto poco tempo fa una legge che regola la forma degli atti pubblici, relativi a cittadini italiani nati nei territori un tempo italiani ora iugoslavi, e che questa legge è stata approvata all’unanimità e in tempi assai rapidi, «mentre», si aggiungeva nel testo, «continuano a languire le norme di legge sulle minoranze».

Questa frase, secondo l’anonimo, rivela «pregiudizi politici». In realtà, implicava solo alcune inquiete domande. Se tanta giusta sollecitudine ha il Parlamento per i nostri cittadini nati in terre oggi Iugoslave, perché non ne ha punto per i cittadini nati in terra italiana e d’altra lingua? Perché il nostro Stato, pur aderendo a organismi internazionali che tutelano, tra gli altri, i diritti linguistici, non fa niente in materia, se non occasionalmente e parzialmente?

C’è di più: alle centinaia e centinaia di migliaia di cittadini italiani d’altra lingua, si sommano oggi altrettanti lavoratori stranieri. Ma con che faccia entriamo in Europa senza leggi a favore e tutela di questi, del loro diritto e di apprendere l’italiano e di parlare le loro lingue? È un pregiudizio politico o, piuttosto, civile chiedere a tutte le forze politiche di onorare due articoli della nostra Costituzione e imitare gli altri Stati della Cee, la Svezia, gli Usa, l’Australia?


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