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Ritorna quel vecchio aggettivo

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 08 ottobre 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page187
Column1-4

Un editoriale di Eugenio Scalfari (la Repubblica, 21 agosto) ha autorevolmente riproposto la questione degli accordi (anche occulti) e delle concordanze (anche palesi) tra persone e gruppi che si collocano in settori diversi dello schieramento partitico italiano.

In risposta a Craxi, che a fine giugno aveva parlato di gruppi di pressione trasversali in una chiave negativa, Scalfari sembra suggerire che ci siano trasversalismi pravi e trasversalismi buoni, come quello del partito della gente per bene, che titolo all’editoriale.

Da quando si usano §trasversale e derivati in senso politico e sociopolitico? E perché tanta dilagante fortuna? Sebastiano Vassalli, solitamente preciso nelle ironiche notazioni del suo Neoitaliano dice: «Parola nata verso la fine dei folli anni Settanta o all’inizio dei banali anni Ottanta».

Ma nei repertori di parole nuove più recenti se ne tace o, come nel caso del buon Dizionario del nuovo italiano di Claudio Quarantotto (Newton Compton editori) si un esempio del maggio 1987, dovuto a Formigoni che (anche lui) distingue tra trasversalismi cattivi e buoni.

Frugando tra ritagli e nel prezioso archivio del Battaglia non si riesce a risalire molto più indietro. Una prima attestazione sicura è un trasversalità tra prudenti virgolette in un articolo di Rossanda del maggio 1986. Finisce il consociativsmo, rampano nuove dirigenze, muoiono o si dice che muoiano le ideologie, buoni e cattivi cercano la strada di nuove intese oltre le divisioni verticali: il vecchio onesto aggettivo da geometri si piega al nuovo trend. Positivo, caro Michele Apicella?

IPSE DIXIT

Danilo Dolci ha dedicato la sua vita a vivere in modo partecipe situazioni ed esperienze di cui e su cui parlare. Un suo libro recente, stampato dall’editore torinese Sonda, è tutto dedicato al tema per lui vitale: Dal trasmettere al comunicare.

Le schegge preziose di esperienza che Dolci offre nel suo libro, quasi un diario, documentano la difficoltà che tutti possiamo incontrare nel capire. Un esempio: «In Liguria conosco un pescatore che, appena mi vede, talora dopo anni, sorridendo mi dice: 28 giugno 1924, la mia data di nascita. Capace solo dei più semplici lavori, mite ricorda quando nel paese ognuno è nato. Sapendo calcolare in pochi attimi se era lunedì, o martedì, o altro giorno della settimana». Commenta Dolci: «Naturalmente computerizzato».

Il commento e l’aggettivo ebete inducono un sospetto: perfino Dolci, a volte, riceve come trasmissione inerte quella che è una partecipe, motivata comunicazione entro un comportamento autistico. Minuti dettagli di memoria, calcoli sottili sono gli elementi sicuri di cui l’autistico si serve per costruire il suo discorso: che chiede a noi molto per essere capito nella sua segreta, amorosa volontà di parlarci. Chi non è nemmeno un po’ autistico, scagli la prima pietra.

VOCABOLARIO

Non-decisione. Dobbiamo essere grati a Luciano Benadusi, sociologo, anche per avere portato alla ribalta un uso serpeggiante, nascosto dell’avverbio non che normalmente, dice lo Zingarelli, «nega o esclude il concetto espresso dal verbo sostantivo, aggettivo, ecc. cui è premesso». Ma da tempo nei linguaggi tecnici e nel parlato colto circola anche un valore nuovo: la non-decisione politica cui si intitola il libro di Benadusi sulle politiche scolastiche italiane (La Nuova Italia, Firenze 1989), non è solo o tanto indecisione o assenza di decisioni: è un modo di decidere e governare che si attua precisamente (e come!) rinviando le decisioni.

USI E ABUSI

Localizzazionismo. Alberto Oliviero è tra i non molti che scrivono di materie anche assai tecniche con grande eleganza. Immaginiamo che gli sia stato imposto dagli organizzatori del corso Epistemologia e biologia (Reggio Emilia, 13-16 novembre) il titolo: Cervello e comportamento tra localizzazionismo e olismo.

Quando si andava ai convegni per dire qualcosa

Splendettero un tempo per noi giorni luminosi, quando convegni e tavole rotonde o non esistevano o, se esistevano, erano differenti assai dai nostri tempi. Non parlavano il comunista, il cattolico, il socialista; non il sociologo, il filosofo debole, il linguista e l’incredibile scienziato o la donna. Parlavano persone, che per prova avevano alcunché da dire. L’ala nera della mala sorte si è abbattuta su noi verso il 1975 (e tra i primi a farne le spese fu il massimamente colpevole Pier Paolo Pasolini, come subito fu acutamente notato). Risale all’ormai preistorica età anteriore il grande convegno sulla poesia dialettale italiana organizzato nel 1973 da Rina Macrelli. L’Ambigua, inaffidabile espressione emozione intellettuale per molti di noi (il severo Augusto Campana e lo smaliziato Tonino Guerra, Alfredo Stussi e Alberto Mioni e la gente, tante del paese) si riempì di senso. Il tempo è passato. Ora la poesia dialettale ha diritto di cittadinanza nelle patrie lettere. Santarcangelo e l’universalità di Urbino ci riprovano. Il 14 e il 15 dicembre a Santarcangelo si parlerà di poesia romagnola del Novecento. Informazioni: professor Gualtiero De Santi, Urbino, 0722/320091.


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