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Quanti errori sulla scuola!

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 07 gennaio 1990
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page116
Column1-4

Beniamino Placido (Repubblica, 12 dicembre) lamenta l’esistenza di colleghi che stanno col fucile spianato a cogliere e sbeffeggiare ogni errore di chi scriver per giornali. In effetti, ci sono attività migliori che passare il tempo a rivedere le bucce altrui. E se un noto articolista proclama che razzismo è un aggettivo, meglio ridersene e tirare via.

Ma c’è errore e errore, sciocchezza e sciocchezza. Un errore consistente nella bieca ignoranza di aspetti essenziali della questione di cui si pretende di parlare, quello forse non bisognerebbe lasciarlo passare. Anche Placido credo che sia d’accordo.

D’accordo è certamente Adriano Colombo che, a partire dal numero 5 di Italiano e oltre, inaugura una rubrica, Cattive parole, dedicata a vagliare i casi più clamorosi di incompetenza tra quanti nei giornali, a raffiche periodiche, pretendono di parlare di scuola.

Lo spiedo di Adriano Colombo infilza, nella rubrica inaugurale, alcune inesattezze scritte dallo stesso Placido, da Gianni Vattimo e da Corrado Augias.

Il filo comune che le lega è l’ignoranza su quelle che sono le strutture, i canali e i programmi delle nostre scuole.

La scuola, come la lingua, come la distribuzione dei redditi, è un argomento basso: buono al massimo come pretesto, quando faccia notizia, per elzevireggiare sulla decadenza dei tempi e dei costumi; ma non come materiale di osservazione diretta, di studio e di ben fondata discussione.

IPSE DIXIT

Qualche anno fa un libretto di Christopher Cerf e Victor Navasky mise alla berlina le molte asserzioni e profezie sballate solennemente proclamate da esperti di chiara fama. Bisognerebbe bilanciarlo con una raccolta di asserti che, dopo essere apparsi a lungo incredibile, si sono rivelati di buon conio.

Il numero 3 di Allegoria, rivista di letteratura edita da Franco Angeli, recupera e traduce il testo di una conferenza tenuta da Thomas Mann il 3 novembre 1941 a Chicago. Nell’esordio del discorso, intitolato I fondamenti di una pace duratura, Mann affermava: «Il socialismo e la democrazia hanno da tempo cessato di proporsi come alternative. È sull’incontro e sull’accordo dei due sistemi che si basano la speranza del mondo, la riforma sociale e il rinnovamento della democrazia occidentale e l’umanizzazione del collettivismo orientale nella prospettiva di un riconoscimento dei valori e dei diritti dell’individuo. Io credo che la prima delle due realtà sia a buon punto e che la seconda non sia impossibile, così come credo che a ciò debba poi fare seguito una ulteriore combinazione politica. È inevitabile, signore e signori, che un pensiero di speranza influenzi i nostri progetti per il futuro. Un pensiero di speranza, è stato detto, può essere pericoloso Ma d’altronde, che cosa sarebbe l’uomo senza pensieri di speranza?».

VOCABOLARIO

Taroccato. Soltanto in dialetti e gergalmente si potevano sentire fino a qualche tempo fa tarocco nel senso di imbroglio (forse sviluppatosi da quello di ciarla) e taroccare imbrogliare, alterare. Ora dai dialetti settentrionali l’uso si va diffondendo, è arrivato a Roma dove è asceso agli onori del telegiornale serale. Grazie a una gentile lettrice sappiamo che il Tg 1 delle 2O ha parlato (il 9 novembre) di un motorino taroccato, contraffatto.

USI E ABUSI

Subsidenza. La parola era ed è ben inserita nei vocabolari col suo valore tecnico di cedimento, sprofondamento lento entro la crosta terrestre. Un folto gruppo di ambientalisti, irritati da un articolo di Rossana Rossanda, nel Manifesto del 4 novembre scrive per protestare e riaffermare l’avversione per l’industriale Raul Gardini. Per rendere ben chiaro il loro pensiero Falqui, Ronchi, Mattioli e gli altri ambientalisti scrivono che in loro non c’è «alcuna subsidenza verso Gardini e il suo impero finanziario».

E il cognome divenne nome comune

Un vecchio e classico libro di Bruno Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, sta forse per arricchirsi di un nuovo paragrafo. In un simpatico negozio di Roma, Poignée in via Bocca di Leone, mi era capitato di sentire ripetutamente brugolare e brugolatura, derivati, assenti nei vocabolari, del sostantivo brugola che, col suo valore di vite con testa a incavo esagonale, è registrato nel solo Zingarelli (Il Paroliere, 12 novembre). Qui si anche, come incerto, un possibile etimo: dal latino veru, spiedo.

Ora scrive l’ingegner Giuseppe Lopez, da Sirtori (Como): «Le viti brugola alcuni anni fa erano fabbricate solo dalla ditta Egidio Brugola di Lissone e così tutti le chiamavano viti Brugola e poi, per brevità, brugola. Tuttora la ditta Brugola è uno dei principali fabbricanti di viti con testa esagonale e altri fabbricanti si guardano bene dal chiamare brugola le loro viti con testa esagonale».

Effettivamente Brugola è un cognome diffuso nella zona di Lissone e opera, con la sigla Oeb, la vecchia dita di Egidio Brugola. Unico punto dubbio è che, a quanto pare, non tutti i costruttori sanno che brugola non è commercialmente, un nome comune. Le notizie dell’ingegnere, comunque, sono tali da mettere in forse il già dubbio etimo di Zingarelli.


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