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IL PAROLIERE di Tullio De Mauro

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 7 maggio 1989

Capire una lingua: un vero mistero

A Québec, per quattro giorni, Studiosi di vari paesi (Australia, Canada, Francia, India, Italia, Regno Unito, Usa) hanno parlato dello «stato della nostra ignoranza».

Hanno analizzato i rapporti che legano, in modo misurabile, mutamenti sociali e diffusione delle lingue.

Diceva il popolano di Belli: «Sempre ho sentito a che li paesi / hanno ognuno una lingua indifferente, / che da ciuchi limpareno a l’ammente, / e la parleno poi per esse intesi. / Sta lingua che dich’io l’hanno uguarmente / Turchi, Spagnoli, Moscoviti, Ingresi, / Burrini, Ricciaroli, Marinesi, / e Frascatani, e tutte l’antre gente».

Per molto tempo, la linguistica scientifica non è che abbia saputo proprio molto più di questo. Ma , si sapeva che in Svizzera non si parla lo svizzero (e in Austria l’austriaco), ma si diceva anche, con gran tranquillità, che in Francia si parla francese, in Spagna spagnolo, in Italia italiano. Appena affermazioni di questo tipo sono finite al vaglio di misure precise, appena il si impersonale è diventato «questi ceti, questi gruppi», sono esplosi i problemi. Ma davvero in Italia, come credeva Robert Hall, tutta la popolazione parla italiano o negli Usa inglese ecc.? Ma per carità! Solo una parte, piccola nell’Italia di trentanni fa, grande nell’Italia d’oggi o, per l’inglese, negli Usa.

Ma quale inglese? E quale italiano? E che significa parlare? Capire un po’ duna lingua? Capirne molto? E quanto? E saperla parlare in ogni circostanza? O no? E scrivere? E che cosa? E il tutto come precisamente si lega a (certi) cambiamenti? La discussione è aperta. Per ora, «venissimo a capi che so misteri».

IPSE DIXIT

Come si insegnano le lingue straniere? Male e, spesso, traumaticamente male. E, in molti paesi, non lo si può nemmeno dire ad alta voce. Gli insegnanti di lingue (parlo d’altri paesi, s’intende, di terre lontane) sono particolarmente irritabili e compatti nel manifestarsi tali. Pare che non solo in Italia, anzi altrove più che in Italia, alla domanda «Scusi, Lei conosce la lingua X?», risuoni la risposta: «No, l'ho studiata a scuola».

In quel fastoso giornale reale che per lui e la letteratura, Peter Bichsel incontra la scuola, e nella scuola incontra, per la sua esemplarità, l'insegnamento delle lingue.

Alle pagine immortali di Kipling, Jerome, Cechov, Mark Twain su questo tema. bisogna aggiungere dora in poi le pagine di Bichsel, per io meno il saggio Quando imparavo le lingue straniere che apre la raccolta (curata da Chiara Allegra per Marcos y Marcos) Al mondo ci sono più zie che lettori.

Dice Bichsel: «Sono una vittima delle lezioni di francese. La scuola mi ha precluso per sempre questa lingua. Non imparammo solo quanto e difficile, incredibilmente difficile, dire en: imparammo tutte le difficoltà della lingua francese: non il francese, solo le difficoltà. Credo di sospettare a ragione che anche il mio insegnante conoscesse solo le difficoltà. La questione non era imparare qualche cosa, bensì di rendere qualche cosa valutabile per un esame».

VOCABOLARIO

Marsupio. Oltre al valore primario, serve anche a indicare la tasca anteriore di giacche a vento o il sacco per portar bimbi al collo. Qualche vocabolario registra anche, come «antiquato» o «settentrionale». anche il valore borsa, sacca. Da cronache sul furto di cinque miliardi alla Controlpol di Roma apprendiamo che i sacchi in cui si serba il danaro (trafugato dai ladri) sono detti metrsupi dai vigilantes, certo non settentrionali e nemmeno, pare, antiquati.

USI E ABUSI

Vigilantes. Un altro giornale (LUnità, 4 aprile) racconta lo stesso furto (vedi sopra) e titola: Fermato un vigilantes. Eh no! La parola ci viene, attraverso l'inglese d'America, dallo spagnolo vigilante, componente ai comitato per l’ordine pubblico. In Italia serve a indicare il dipendente di ditte private che, pagate, sorvegliano enti o persone. Come i carabinieri, i vigilantes di rado son soli: di qui il frequente plurale. Ma un solo vigilante dicesi vigilante, non un vigilantes (e, per carità, tanto meno un vigilans).

Cercasi opinioni sul futuro delle parole

Da San Marco in Lamis, il paese pugliese del poeta dialettale Francesco Paolo Borazio, ricco anche di canti popolari, scrive Matteo Coco, desideroso di «una lingua del futuro (...) non imposta dall’Onu, ma dal desiderio di farsi capire un po’ da tutti quelli ai quali si vorrebbe che giungesse il nostro messaggio, ai quali si vorrebbe raccontare il nostro dolore d’essere uomini, le nostre indifferenze, i nostri sentimenti, le nostre esperienze o speranze inutili. È possibile costruire questo linguaggio del futuro?».

La domanda ammette varie risposte e il riferimento a realtà che vanno nel senso sognato da Coco: i linguaggi scientifici. certi linguaggi artistici, lesperanto e le lingue ausiliarie internazionali e, infine, con un paradosso caro a Humboldt e Saussure, ogni e qualunque lingua. Ma, prima di continuare la discussione, c’è qualcuno che vuol dire la sua rispondendo a Coco?

AGENDA

II dottor Salvatore De Cesare, specialista cardiologo, scrive: «Leggo nella rubrica del giornalista Tullio De Mauro del 26/4 che ictus significa attacco, emorragia cerebrale. Non condivido la definizione delfictus data dal curatore anche se cita io Zingarelli. Infatti ictus e il participio passato di icere e quindi significa colpito, percosso" c non attacco!». Dottorc, non son purtroppo giornalista. Non dissertavo sull'ictus, ma solo rammentavo a un giornalista (vero) che altro e un ictus. altro un raptus. Infine, ictus e un sostantivo della quarta declinazione (genitivo ictus), come ben sanno i metricisti e sapeva Giacomo De- voto, e non un participio passato di icere (ma la sua svista e anche di dizionari autorevoli assai).


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