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Se si trascura casa propria

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 06 novembre 1988
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia.
Page186
Column-

Negli ultimi mesi parecchi giornali italiani hanno parlato di tàtari e armeni, di sloveni e serbi e croati, e delle delibere della Cee in materia linguistica.

A volte le rivendicazioni linguistiche e nazionali fanno comodo in funzione banalmente strumentale a quel tipo di polemica che negli Usa hanno chiamato «afghanistanism»: guardare lontano e trascurare casa propria.

Se di afganismo non si trattasse, giornali così sensibili alle sorti del turco osmanli in Urss sguinzaglierebbero corrispondenti per vedere che fine sta facendo l’occitanico in Piemonte o lo sloveno nell’Udinese.

Ci sono anche profonde ragioni storiche e culturali in questo atteggiamento della nostra stampa. Ma è certo che oggi alla sua base ci sono anzitutto disattenzione e ignoranza delle condizioni reali del mondo contemporaneo. Il risorgimento delle nazionalità ne è diventato un tratto profondamente costitutivo, in una con i processi di accentuazione della comunicazione planetaria. Sempre di più lo scontro di lingue e di modi d’uso della stessa lingua è un terreno di grande valenza civile e politica.

Qualcuno addebita a Saussure o Gramsci, al tedesco Utz Maas o («si parva») perfino a me questo punto di vista. Ma lo insegnava bene già Aristotele: senza linguaggio e parola, nessuna decisione sul giusto e sull’utile e nessuna società civile; e senza l’ansia umana di associarsi, niente linguaggio o parola. L’arte del dire e l’arte politica sono due facce d’un’unica realtà: questo scoprirono ad Atene. Ma il dispaccio non è ancora arrivato nelle redazioni dei giornali italiani. Mandiamogli un fax, con qualche pagina della Politica e della Retorica.

IPSE DIXIT

Non è stato bello leggere nel Corriere della Sera Gianfranco Piazzesi intento a spiegare che, poi, via!, Vecchio O Giovane non è gran differenza. Migliore è stata la figura di Bettino Craxi che, rimproverando scherzosamente il suo alter ego Ghino di Tacco, ha ammesso francamente d’aver sbagliato e confuso i due Plinii. Quel che a pensare non è tanto l’errore, quanto il ricorso a fonti latine, l’aspirazione a dotte citazioni. Nello stile di Craxi è un fatto nuovo.

A metà degli anni Settanta, Craxi entrò di prepotenza a gamba tesa, nell’arena politica nazionale. Ai periodi complessi, bilanciati, sinuosi di altri leader, alle loro espressioni sottili, talvolta inconsuete (come un inciprignito di Enrico Berlinguer), egli contrappose discorsi di taglio diverso: centrati sul suo self, presentato come quello d’un uomo concreto, insofferente di indugi, di «opere lasciate a metà», che parla perciò semplice e diretto, duro, se serve, e più spesso confidenziale, casalingo. Studiosi non sospettabili di piaggeria, Mario Medici e l’acuta e ironica Paola Desideri, hanno rilevato vantaggi e meriti di questo stile. Ma ci sono anche rischi, quelli d’una semplificazione eccessiva e del pantofolismo buonsensaio. Non sempre Craxi li ha evitati. Qualcuno lo ha punzecchiato. Il latinorum è un correttivo a questi rischi? Il rimedio sarebbe peggiore del male.

VOCABOLARIO

Pasticcere. Dopo la industria lattiera e i prodotti conservieri (già debitamente ascritti ai vocabolari), ecco avanzarsi, dolcissima, la tradizione pasticcera (e meglio sarebbe se fosse pasticciera con la i).

Non sono aggettivi di particolare grazia o dovuti a forte necessità. Si sospettano nati all’incrocio tra onesti settori produttivi, semiartigianali, e sussiegose burocrazie regolamentiere. Ma l’irritazione verso il nuovo aggettivo si placa, quando lo si vede stampato dentro una scatola di buonissimi anicini genovesi.

USI E ABUSI

Gaudista. Ecco uno sbaglio che, per fortuna, non ha fatto lingua. L’errore fu commesso nel 1930 da un prefetto che qualificava così, scrivendo da Pisa alla Questura di Perugia, Aldo Capitini, uomo mitissimo, ma per i questurini pericoloso in quanto antifascista. Il prefetto, a sua volta, avrà letto e capito male qualche nota in cui il giovane Capitini era detto seguace di Gandhi e, quindi, gandista. Ma gaudista fu. E per quarant’anni. Finito il fascismo storico, ancora negli anni Sessanta (come rivela Clara Cutini), Capitini restò schedato. E sempre restò, misteriosamente, gaudista.

Devoto, il più romantico dei cartesiani

Giacomo Devoto, il grande storico della antica lingua di Roma e dell’Italia linguistica moderna, morì a settantasette anni nel dicembre 1974. Dieci anni dopo, il Comune ligure di Borzonasca, donde traeva origine la famiglia, e il Circolo linguistico fiorentino, sua ancor vitale creatura, organizzarono due giornate di ricordo, studio, riflessione. Ora gli atti vedono la luce (Atti e memorie dell’Accademia La Colombaria, vol. 53, 1988, pagine 221-330). Eugenio Garin, anzitutto, e poi allievi, da Mastrelli ai più giovani, Prosdocimi, Maria Luisa Altieri Biagi, Anna e Paolo Ramat, Scardigli, ci restituiscono il senso della persona e dell’opera di Devoto, «Il più cartesiano dei romantici», come una volta disse Benedetto Marzullo. E aggiunse: «E il più romantico dei cartesiani».


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