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Ma gli sciocchi non hanno partito

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 04 giugno 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page166
Column1-4

Abbiamo avuto occasione di ricordare Omnibus, il periodico bilingue italo-tedesco che continua la civile opera di Tandem in Alto Adige.

Ci sono altri periodici bilingui nel nostro paese. Ricordiamo ad esempio il mensile italiano e albanese diretto da Demetrio Emmanuele, Katundi Ynë, che proprio in questi giorni compie quarant’anni, e Novi Matajur, settimanale italiano e sloveno, che per impegno giornalistico spiccano rispetto a pregevoli, ma più accademiche altre imprese periodiche bilingui.

Tutte queste testate sono vere e proprie opere civili. Da un lato, esse testimoniano concretamente di quella pluralità idiomatica che intesse profondamente la storia del nostro paese e che da Dante a Cattaneo, a Pasolini e Contini ha attratto l’attenzione non di soli linguisti, ma del meglio della nostra intelligenza.

E, d’altro lato, con il fatto medesimo del loro esistere, esse gettano ponti tra l’Italia e il restante mondo europeo e mediterraneo, ciò di cui avvertiamo il bisogno e i vantaggi non soltanto culturali.

Piange il cuore vedere le forze politiche italiane, non solo i residui fascisti, ostili o disattente a ciò. Abbiamo ricordato il melanconico caso dell’apparato del Pci in Sardegna (L’Espresso, 14 maggio), che si è bellamente dimenticato di Gramsci. Apprendiamo ora, da Novi Majatur, che i democristiani udinesi hanno scritto un appello per bloccare un’iniziativa del governo italiano a favore dell’insegnamento dello sloveno nelle Valli del Natisone, invocando l’unità della Nazione.

Gli sciocchi non hanno partito.

IPSE DIXIT

Degli aforismi non tutto è stato già detto. Ora nella raccolta di Dino Basili (Amici amici, Mondadori, 1989) leggiamo: «Il mio segnalibro resta la matita. Se pesco una frase perfetta è un peccato lasciarla annegare nel mare delle parole. Cos’è una frase perfetta? È quella che può valere un intero libro. Ne vuoi tre? Da 1912+1 di Leonardo Sciascia: I delitti veramente premeditati sono quelli che non si commettono. Da Ne muoiono più di crepacuore di Saul Bellow: Perfino Adamo, che aveva il Signore in persona con cui parlare, chiese alla fine un po’ di compagnia umana. Dal diario di Alice James: La difficoltà, nel morire, sta nel fatto che la cosa non si può raccontare ai propri amici, e allora dov’è il divertimento?».

Dell’aforisma, che gli antichi preferivano chiamare gnòme, decreto, o sententia, cioè frase per eccellenza, i teorici classici della retorica hanno spesso sottolineato la difficoltà estrema. In parole d’ogni giorno, l’aforisma deve rinserrare un pensiero di valore universale. È grande la tentazione di parlare di questa difficoltà, così come di commentare ogni aforisma, e gli aforismi di Basili in particolare. Ma Basili stesso ci aiuta e offre una medicina preventiva: «Quale è la frase perfetta che non può essere impiastrata da ragionevoli chiose?». VOCABOLARIO

Cupola. Con grande ira dei puristi, e di quei linguisti che considerano l’esistenza di molte lingue diverse una semplice noia professionale, le lingue si illuminano a vicenda. Nei giornali spagnoli leggiamo che sono in atto gli interrogatori della cupula dell’Eta. Questa accezione della parola non è presente nemmeno del Diccionario de uso della compianta Marìa Moliner. Si tratta d’un italianismo recente, che s’accompagna al triste flusso di notizie sulla mafia. Ma, attenzione: cupola, come «insieme dei responsabili dei compartimenti d’un’organizzazione criminale», manca anche nei nostri vocabolari, anche nelle ristampe più recenti dello Zingarelli. USI E ABUSI

Ricapitolazione. Tutti conosciamo quella che si fa alla fine d’un’argomentazione. In endodonzia la parola indica il rinnovato uso di strumenti usati per aprire un canale dentario quando, alla fine, si tratta di levigarlo per bene. Di passata, notiamo che endodonzia, endodontico meriterebbero d’esser presenti anche in altri vocabolari, oltre che nel Vocabolario dell’Enciclopedia italiana.

Finire radiati per colpa di un aggettivo

Chi vuol fare l’insegnante onestamente deve saper correre il rischio della radiazione dai ruoli. Si vorrebbe però che le ragioni della radiazione fossero di qualche gravità.

Non sempre è così. Molti anni fa, in una provincia abruzzofona, capitò a uno dei nostri più valorosi storici, allievo di Adolfo Omodeo, di vedersi accusato di dileggiare San Paolo chiamandolo troppo confidenzialmente Paolino. Partì l’inchiesta su delazione di familiari, e si venne a scoprire che il professore aveva a lungo illustrato il pensiero paolino. L’aggettivo era stato scambiato per sostantivo da genitori e preside.

Claudia Visca scrive che nei mesi passati, facendo una supplenza in una scuola del Teatino, aveva cercato di avviare gli alunni a descrizioni realistiche di situazioni anche servendosi del discorso diretto. Il tema era: descrivere un incontro avvenuto in un bar. Finita la supplenza, la giovane professoressa si è vista accusare da altri insegnanti di dire scemo! agli alunni. Processo in sala professori. Testimone a carico lo stesso ragazzo cui l’insegnante avrebbe detto scemo. Verbale: «Ma quando ti avrei detto scemo?» Risposta: «Quando io vi ho chiesto che cosa doveva dire un ragazzo a un altro che lo stava prendendo in giro, voi mi avete risposto: scemo!».


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